Esperti su consumo d'alcol: “Italia virtuosa”, consumi legati a socialità e cibo

Consumo pro-capite d’alcol dimezzato dal 1970 a oggi e un’incidenza d’abuso decisamente inferiore rispetto alla media europea. Questo fenomeno, che nella comunità scientifica internazionale è stato ribattezzato il “mistero italiano”, sarà al centro del dibattito nel prossimo simposio internazionale della Kettil Bruun society, che a partire da oggi porterà a Torino 250 studiosi da tutto il mondo. Una settimana di incontri, ricerche e workshop sugli aspetti epidemiologici, sociali e culturali del consumo di alcol. La nostra cultura del bere - legata alla socialità e all’alimentazione e dunque molto diversa rispetto a quella nordeuropea - parrebbe dunque esercitare un effetto protettivo rispetto all’abuso di alcolici; un dato che, però, stride con il crescente allarmismo che caratterizza il dibattito nazionale sul tema. Tanto più che le ricerche oggi parlano di una socializzazione all’uso - e all’abuso - di alcol che anche da noi avviene in età sempre più precoce, con la prima assunzione che si attesta sugli 11 anni, e col 70% degli under 14 italiani che ha consumato almeno una bevanda alcolica nel corso dell’anno. “In realtà - spiega Franca Beccaria, docente di Alcologia e membro di Kettil Bruun - bisogna fare un distinguo tra il trend di consumo generale, che è costantemente in calo da 40 anni, e quello che accade tra i giovani. E’ innegabile che tra loro oggi ci sia un abuso d’alcol e che esistano comportamenti a rischio; ma l’allarme resta tutto da dimostrare. I dati, in realtà, sono piuttosto stabili; negli ultimi dieci anni non si è registrato alcun incremento significativo, a eccezione di alcune fasi anagrafiche molto definite: è il caso, per esempio, dell’abuso femminile, una tendenza che aveva destato gran preoccupazione ma che negli ultimi anni sembra decisamente invertita. In generale si tratta comunque di abusi molto sporadici, che non giustificano il paragone, sempre più frequente, con gli adolescenti nordeuropei”. A leggere dati e ricerche sui consumi d’alcol nelle varie zone d’Europa, in effetti, appare chiaro che esiste una cultura nordica e una mediterranea rispetto al bere: la prima, caratterizzata da un consumo slegato dall’alimentazione e dalla quotidianità, che avviene quindi fuori dai pasti e in occasione di weekend e ricorrenze, sfociando spesso in comportamenti d’abuso. “Nella cultura mediterranea invece - spiega Franco Prina, docente di Sociologia giuridica ed esponente Kettil Bruun - il consumo d’alcol è molto più legato all’alimentazione, alla convivialità; paradossalmente, avvenendo con una maggiore frequenza sfocia molto più raramente in episodi d’abuso. Proprio la socializzazione precoce è, in questo senso, uno dei fattori di protezione: tradizionalmente, nelle famiglie italiane il vino viene fatto assaggiare, in piccole quantità, anche ai bambini piccoli. E in questo modo molte generazioni sono state educate a una concezione del bere slegata dalla ricerca dell’euforia, dell’ubriachezza”. E’ del tutto ingiustificato, dunque, l’allarme alcol che oggi rimbalza tra l’agenda mediatica e quella politica? “Non del tutto - chiarisce Beccaria - perché esistono, in effetti, dei fattori di rischio. C’è, per esempio, l’età di consumo, che si è abbassata notevolmente: non parliamo dei bambini che assaggiano due dita di vino in famiglia, ma di ragazzi sotto i 14 anni che consumano una o più bevande alcoliche nel corso dell’anno. Tra i giovani c’è soprattutto la tendenza a bere per riempire un vuoto esistenziale, o per superare una sorta di ansia da prestazione. Ma anche in questo caso si tratta di problemi culturali, che vanno affrontati culturalmente: l’abuso d’alcol è sempre un mezzo per esprimere un disagio, ed è su questo che bisogna agire”. Prina aggiunge: "Tra gli under 18 c’è, in effetti, un tendenziale avvicinamento a un bere di tipo nord-europeo; ma l’adozione acritica di politiche repressive come quelle anglosassoni non è la soluzione. In Italia, i media e la politica sembrano andare in direzione opposta rispetto alla comunità scientifica: mentre quest’ultima riconosce la socializzazione precoce all’alcol come un fattore di protezione, i primi la dipingono come un problema. Di fatto, oggi gran parte d’Europa guarda all’Italia e ai paesi mediterranei come un modello da seguire; sarebbe assurdo quindi mutuare acriticamente le loro politiche d’intervento”.

 

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