Imprese e onlus a contatto con minori: certificati penali di tutto lo staff

A partire dal 6 aprile prossimo tutte le organizzazioni che impiegano dipendenti e collaboratori, anche volontari, che hanno contatti diretti e regolari con minori dovranno produrre i certificati penali dei soggetti interessati. La sanzione amministrativa pecuniaria per chi omette tale certificazione è fra 10 e 15mila euro. La disposizione è contenuta nel Decreto legislativo 39/2014 in attuazione della direttiva Ue 2011/93 relativa alla lotta contro l'abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile. La norma, inoltre, non prevede esenzione al pagamento del bollo per le onlus/ong e, quindi tutte dovranno pagare per la richiesta del certificato una marca da bollo da 16 euro più una marca per diritti da 7,08 euro se il certificato è richiesto con urgenza o una marca per diritti da 3,54 euro se il certificato è richiesto senza urgenza. Gli enti no-profit sono giù tutti nel panico sia per il costo e la burocrazia che comporta tale adempimento ma anche il timore di scoprire che qualche collaboratore abbia avuto problemi con la giustizia per reati di tipo violento, sessuale o, peggio, pedo-pornografici, inclusa l'interdizione perpetua da qualunque incarico in scuole, uffici o istituzioni frequentate da minori. Peraltro, il certificato penale, per legge, vale solo sei mesi. Siamo in Italia e alcune organizzazioni hanno già chiesto una proroga dei termini è c'è già chi pensa che possa anche bastare un'autocertificazione collettiva dell'ente per conto di tutti i propri collaboratori, anche per evitare, così, il costo dei bolli per ognuno di loro (minimo 20 euro a testa). Come afferma Gianpaolo Concari sul giornale "Vita.it", pensa che con l'autocertificazione "l'ente, se è una onlus, può godere dell'esenzione dall'imposta di bollo ai sensi dell'articolo 27-bis del Dpr 642/72. Nell'autocertificazione bisogna inserire il riferimento alla norma di esenzione". Carlo Mazzini, invece, sostiene che il nuovo Dl 39/2014 pur ispirandosi a una direttiva europea, ne stravolge il senso: "Al paragrafo 40 delle premesse della Direttiva si legge che il datore di lavoro ha il diritto di essere informato delle condanne esistenti per reati sessuali ecc. Non solo. All'articolo 10, comma 2 della Direttiva, il legislatore europeo afferma che 'gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i datori di lavoro, al momento dell’assunzione di una persona per attività professionali o attività volontarie organizzate che comportano contatti diretti e regolari con minori, abbiano il diritto di chiedere informazioni' e poi più oltre la direttiva parla sì di sanzioni alle persone giuridiche, ma sono quelle collegate alla normativa della 231, (responsabilità amministrativa dell'ente) che il Dl ha recepito". Quindi un diritto sarebbe stato trasformato in un dovere, quindi l'Italia per Mazzini "ha travisato il contenuto della direttiva", pur se si tratta di una materia delicatissima come quella di scongiurare il rapporto fra minori e adulti potenzialmente pericolosi.

Si spera che il Parlamento metta una pezza a questa situazione, magari trasformando il Dl in una legge che invece che imporre certificazioni o, peggio, autocertificazioni collettive preveda che le organizzazioni interessate trasmettano, per esempio alle questure o prefetture l'elenco dei propri collaboratori. In modo che sia lo Stato a verificare sei ci sono soggetti pericolosi a contatto con minori. Anche perché, in caso della malaugurata ipotesi che spunti fuori l'autocertificazione, come fa un datore di lavoro o presidente di associazione no-profit a mettere nero su bianco che un collaboratore è incensurato? Se viene confermata la certificazione penale, che finora non era mai stata autocertificabile (per ovvi motivi), queste deve essere conservata nei cassetti degli enti ma poi chi le controlla? La ratio della norma è quella di scongiurare il contatto fra soggetti che non devono entrare in contatto fra loro non di far aumentare le carte e le spese negli uffici, che già sono tante.

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