Giro tornerà in Venezuela per tutelare crediti italiani e italo-venezuelani

Il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, tornerà in Venezuela a fine luglio perché l'Italia nel Paese sudamericano “ha due grossi problemi", come affermato nel corso della prima riunione del Tavolo Italia-America latina, organizzata alla Farnesina. Un problema, politico, è quello dei tanti arresti di venezuelani con cittadinanza anche italiana, fra cui anche alcuni politici di opposizione.

Come il sindaco di San Diego, Enzo Scarano - condannato a 10 medi di reclusione per non aver fatto rispettare un'ordinanza anti-manifestazioni del Tribunale supremo di giustizia - e Giuseppe Di Fabio (poi scarcerato), consigliere comunale all'isola di Margarita. L'altro problema è economico: le imprese italiane vantano miliardi di dollari di crediti dal governo venezuelano, che è praticamente in default. L'Alitalia ha già sospesi da tempo il volo diretto Roma-Caracas, così come altre compagnie straniere. “I crediti che le grandi imprese infrastrutturali e l’Alitalia vantano nei confronti dello Stato venezuelano sono attualmente inesigibili”, ha rivelato Giro, che è stato in Venezuela lo scorso aprile e incontrò anche il ministro degli Esteri Elias Jaua Milano (con lui nella foto), altro politico di origine italiana.

Monsignor Diego Padronpresidente della Conferenza episcopale venezuelana, all’assemblea annuale dei vescovi ha affermato che il Venezuela è diventato “un puzzle difficile da ricomporre”, dove tanto il chavismo quanto l’opposizione mostrano segni di conflitti interni e non sembrano disposti al dialogo. Padron si è detto deluso dal dialogo nazionale lanciato ad aprile dal presidente Nicolas Maduro. “Non è stato altro che un espediente, senza proiezione né conseguenze”, ha detto Padron, secondo quanto riportato dal quotidiano "La Voce d'Italia", giornale degli italiani in Venezuela diretto da Mauro Bafile. L’iniziativa del dialogo, nata con l’appoggio del Vaticano e dell’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), “è rimasta congelata senza risultati” perché il Paese non ha bisogno di “un dialogo che sia solo un meccanismo per attenuare la protesta” ma piuttosto di “uno scambio reale, con una agenda visibile e risultati tangibili”, ha aggiunto. Nel frattempo, ha sottolineato il presidente dei vescovi venezuelani, “più di nove milioni di compatrioti vivono della povertà estrema” e si assiste a “una erosione progressiva delle istituzioni e della coscienza dei cittadini”, e anche se la protesta di piazza s'è ridotta “la violenza non è finita, continuiamo a vedere come l’insicurezza continua a uccidere ogni giorno”. Il dialogo non c'è più, semmai c'è stato, perché le posizioni sono distanti da tempo, da molto prima che iniziassero le manifestazioni di protesta e i disordini, con tanti morti, feriti e arrestatoi. Il divario incolmabile fra il Psuv di Maduro, al potere da 15 anni, e il cartello di partiti che si sono uniti (troppo tardi, dopo anni di errori e suicidi politici) nel Mud (Tavolo dell'unità democratica) esiste dai tempi del defunto presidente Hugo Chavez che, dopo la sua quarta vittoria consecutiva nel 2012 - la prima di misura contro il leader del Mud, Henrique Capriles, ottenuta nonostante la sua malattia - indicò Maduro come suo erede. La crisi economica, oltre che politica e sociale, era già forte: la "rivoluzione bolivariana", che ha risolto alcuni problemi alle classi povere del Paese che vivono nei barrios, ha, però, fatto scomparire la classe media, diventata povera. Il "socialismo del ventunesimo secolo" venezuelano è andato indietro nel tempo invece di andare avanti (come in Cina e persino a Cuba) e non ha mai fatto quelle riforme economiche e sociali di cui ha bisogno il Venezuela che ancora oggi importa quasi tutto per via dei mancati, necessari, insediamenti industriali. Importazioni possibili fino a ieri grazie ai dollari del petrolio, la cui produzione, però, scende sempre più. Un paese che produce sempre meno e che oggi ha difficoltà a importare persino generi di prima necessità che avrebbe dovuto cominciare a produrre in tempi di vacche grasse invece che comprare. Come la carta igienica, che nei supermercati non si trova più. Le banche non erogano più dollari da tempo, indispensabili per comprare le materie prima di cui le imprese hanno bisogno per produrre e vendere. Lo stesso giornale "La Voce d'Italia" si stampa quando si può ed è costretto con quotidianità a essere solo online, con le sue pagine scaricabili in pdf, perché la carta per stamparlo non si può più importare e il Paese non la produce. Chavez era molto criticato da tempo, non solo in Patria, ma almeno aveva un carisma e una popolarità che Maduro non ha mai avuto, oltre che non avere le capacità politiche che servono al leader di un Paese potenzialmente ricco come il Venezuela, fortunato per il petrolio ma cresciuto grazie ai tanti italiani lì emigrati nel dopoguerra e oggi costretti al controesodo. Per non parlare poi della corruzione - che c'è sempre stata, lì come altrove - ma che nell'era del chavismo ha fatto il paio pure con l'enorme generosità che Chavez ha avuto nei confronti dei Paesi amici, lautamente finanziati persino per opere che non sono state mai realizzate in Patria. Il dialogo è, quindi, impossibile, il rancore, da una parte e dall'altra, è stato covato per troppo tempo e la rabbia per i disastri fatti non potrà mai essere sopita. Maduro, per il bene di ciò che rimane del suo Paese, farebbe bene a dimettersi per manifesta incapacità. Prima che sia troppo tardi. Prima che succeda l'irreparabile.

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