Usa caccia diplomatici cubani. Trump a caccia di pretesto per rompere con Castro

Nonostante le indagini dell'Fbi a Cuba e le rivelazioni del quotidiano "The New York Times", gli Stati Uniti hanno deciso di espellere a sorpresa 15 diplomatici cubani che lavorano all'ambasciata di Washington. La decisione segue una serie di misteriosi attacchi sonori contro funzionari Usa a Cuba, che nei mesi scorsi sono stati rimpatriati e che avrebbero subito danni permanenti all'udito. Il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, ha aperto una inchiesta per capire cosa è successo: si teme l'uso di apparecchi spia difettosi o di attacchi acustici, forse fatti da altri governi. Tra i principali sospettati c'è anche la Russia.

"La decisione è stata presa per il fatto che Cuba non ha preso misure adeguate per garantire la sicurezza dei nostri diplomatici seguendo gli obblighi della convenzione di Vienna. Questo ordine garantisce equità nelle nostre rispettive azioni diplomatiche", si legge nella nota di Tillerson. In tutto gli americani coinvolti in questo misterioso caso sono 22. La nota si conclude assicurando che gli Usa continueranno a mantenere i loro rapporti diplomatici con Cuba e a collaborare per portare avanti l'indagine. Nei giorni scorsi Washington aveva deciso di tagliare del 60% il personale dell'ambasciata all'Avana e di bloccare il rilascio di visti a cubani.

Immediata la reazione del governo cubano che ha definito "ingiustificata" e "inaccettabile" l'espulsione dei suoi diplomatici a Washington. In una conferenza stampa, il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez (nella foto a fianco è a destra di Tillerson) ha detto che "protestava" contro questa decisione "ingiustificata, infondata e inaccettabile come il pretesto avanzato per giustificarla che indica che il governo di Cuba non ha adottato tutte le misure per prevenire questi presunti incidenti". 


Sembra tanto che l'amministrazione repubblicana di Donald Trump stia trovando il pretesto per rimettere in discussione le relazioni diplomatiche e turistiche volute dal suo predecessore democratico Barack ObamaAttacchi di questo tipo non ci sono stati nemmeno durante la "guerra fredda" che con Cuba non è mai cessata dopo la fine dell'ex Urss. L'enorme traffico migratorio dei cubani verso gli Usa avevano pure costretto Washington ad aprire un'"Ufficio d'interessi" Usa a L'Avana già durante il periodo in cui non c'erano rapporti diplomatici. Un vero e proprio consolato nel "malecon" (la riviera della Capitale), secondo per grandezza dopo quello russo.

Ci si spiava a vicenda, chiaro, gli Usa facevano pure attività di sostegno economico alla dissidenza cubana anticastrista, ma mai il regime di Fidel e Raul Castro s'era sognato di dare alcun tipo di fastidio fisico agli "yankees" contro il quale scatenava sì tutta la propaganda "antimperialistas" oggi scomparsa, ma, appunto, solo verbale. Se non lo hanno fatto allora impossibile credere che i cubani lo possano aver fatto ora che i rapporti diplomatici e turistici sono stati ripristinati anche se a Trump danno fastidio. Cuba non ha alcun interesse a rovinare le delicate relazioni con gli Usa in un momento in cui L'Avana ha bisogno come l'acqua dei dollari del turismo a stelle e strisce (che va a gonfie vele). Traffico aereo e navale che in parte sta sostituendo gli aiuti ormai finiti del petrolio che il Venezuela non manda più a causa della sua spaventosa crisi causata dal regime chavista a Caracas.

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