Venezuela, indios scappano in Brasile, protesta musicisti e polizia picchia giornalisti

La città brasiliana di Manaus, nel cuore dell'Amazzonia, ha decretato lo stato "d'emergenza sociale" di fronte all'afflusso di migranti in fuga dai disordini in corso in Venezuela. Dallo scorso mese di dicembre, più di 350 indiani della tribù venezuelana Warao hanno occupato gli spazi pubblici della città, in fuga da un Paese in crisi sociale e politica.

"Oltre alla necessità di ospitare questa popolazione, la preoccupazione principale delle autorità pubbliche è il rischio di diffusione di malattie" che potrebbero colpire i migranti e la popolazione locale, ha fatto sapere il Comune di Manaus, capitale dell'Amazzonia brasiliana, vicina al confine col Venezuela. La foresta amazzonica è in gran parte in Brasile, ma si estende anche in Venezuela (stato Amazonas) e in Colombia, Ecuador, Guyana francese, Perù e Suriname. I Warao vivono principalmente sul delta del fiume Orinoco (nella foto a destra).
Lo stato di "emergenza sociale" è stato firmato lo scorso 4 maggio. Dal mese di febbraio, una risoluzione del Consiglio nazionale immigrazione brasiliana permette ai venezuelani in fuga dalla crisi nel loro Paese di richiedere un permesso di soggiorno temporaneo, senza passare attraverso le complesse procedure normalmente riservate ai rifugiati. Da inizio 2017, il Brasile ha ricevuto 8231 richieste di asilo da rifugiati del Venezuela, ovvero il doppio delle domande arrivate tra il 2000 e il 2016.

Proseguono le proteste e gli scontri in Venezuela. Ora a scendere in piazza a Caracas sono anche un migliaio di artisti e musicisti (nella foto d'apertura), che domenica hanno protestato contro l'attuale situazione politica, sociale ed economica del Paese, denunciando i morti e i feriti delle precedenti proteste e con l'intento di fare pressione sul presidente Nicolas Maduro, sempre più contestato dai suoi connazionali. "La musica è la nostra unica arma", recitava un cartello tenuto in mano da un manifestante, mentre nell'altra reggeva una chitarra. "Siamo artisti, non terroristi", si poteva leggere su un altro manifesto. Le proteste in Venezuela hanno già provocato centinaia di feriti, arresti e 36 morti, e fra questi c'è stato anche un violinista di 18 anni, a cui è stato reso omaggio al termine del corteo degli artisti a Caracas.

Un pesante attacco a Maduro su Facebook è giunto da Gustavo Dudamel (nella foto a sinistra), celebre direttore d'orchestra che ha postato sul social network un appello accorato intitolato "Levanto mi voz" (Alzo la voce). La critica del 36enne artista simbolo del Venezuela è arrivata proprio dopo la morte di un giovane musicista ucciso. Dudamel in passato era stato criticato proprio a causa del suo silenzio. "Alzo la voce contro ogni forma di repressione - ha scritto - Nulla giustifica un bagno di sangue". Il post continua poi con un appello "urgente al Presidente della Repubblica e al governo nazionale perché modifichino la linea e ascoltino la voce del popolo venezuelano". 

Le proteste contro Maduro sono iniziate il primo aprile: i manifestanti chiedono elezioni generali per superare la grave crisi politica ed economica del Paese latinoamericano e il rispetto dell'autonomia del Parlamento. Maduro ha finora ignorato queste manifestazioni e ha convocato un'Assemblea costituente popolare, alla quale l'opposizione ha annunciato di non voler partecipare, definendola "illegale".

Giovani manifestanti col volto coperto lanciano da un mese pietre e ordigni incendiari in vari punti della zona est della capitale e in altre città e le forze dell'ordine rispondono sparando gas lacrimogeni (e non solo a giudicare dai tanti morti). Tra le vittime delle violenze anche 19 giornalisti (nella foto a destra), aggrediti da manifestanti civili, ma anche da militari e da poliziotti. L'opposizione lamenta in tutto il mondo che le sue manifestazioni sono passate sotto il silenzio dalla stampa e dalle televisioni. Ma ciò, se è stato vero fino a marzo non è più vero da aprile in poi: si parla della crisi venezuelana tutti i giorni e le botte ai giornalisti sono la conferma della presenza in piazza di corrispondenti e inviati. 

Oggi, gli antichavisti, come ormai ogni giorno dal primo aprile scorso, hanno cercato di raggiungere il centro di Caracas e il Ministero dell'Educazione per notificare al governo il rifiuto del progetto di revisione della costituzione e chiedere di andare alle urne. Secondo i sondaggi oltre il 70% dei venezuelani vuole che Maduro lasci il potere. Ma l'erede di Hugo Chavez se ne guarda bene dal lasciare la scomoda poltrona: tornare a essere un normale cittadino significa per lui (e tanti altri) l'esilio e rischia un processo per crimini contro l'umanità.

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