Venezuela, Capriles striglia Parlamento: "Referendum per decadenza Maduro"

Henrique Capriles, candidato per l'opposizione in Venezuela alle due ultime elezioni presidenziali, governatore dello stato di Miranda e leader del partito di centro-sinistra "Primero Justicia" ("Prima la giustizia")ha lanciato un appello per arrivare alla convocazione di un referendum o di riforme costituzionali che permettano di spodestare il presidente Nicolas Maduro. A pungolare l'opposizione, esortandola a fare uso della propria maggioranza parlamentare, per convocare una consultazione popolare che apra la strada ad un più breve termine del mandato presidenziale del leader del Psuv chavista. Maduro dovrebbe rimanere al potere fino al 2019 se, appunto, non decade col referendum previsto dalla Costituzione in caso di parlamento con maggioranza qualificata dei due terzi che, però, sarebbe "sub-judice" per via di una sospensione di tre deputati delle minoranze indios dell'Amazzonia da parte della Corte suprema di giustizia. Una mossa del partito di governo ma non più maggioranza nel Paese e in parlamento, proprio per non subire tutto ciò che prevede un'Assemblea nazionale in cui almeno i due terzi siano di segno opposto al Presidente della Repubblica che è anche capo del governo.

L'elezione di Maduro fu peraltro contestata dallo stesso Capriles nel 2013, quando l'attuale capo di Stato vinse col 50,61% nonostante l'onda emotiva della morte del predecessore Hugo Chavez, scomparso pochi mesi prima e ancora molto amato dai poveri. Un risultato che fu contestato ("brogli elettorali") e Capriles non riconobbe la sconfitta come invece fece l'anno prima contro Chavez (55,07%).

"O troviamo una soluzione o i venezuelani debbono considerare la via per arrivare a due cambiamenti veri - ha affermato Capriles - E' giunta l'ora di convocare un referendum o una riforma costituzionale", visto che ora l'opposizione è sotto la maggioranza qualificata dei due terzi necessaria per lanciare riforme costituzionali. La strada è tutta in salita, nonostante la schiacciante vittoria del 6 dicembre scorso, il Venezuela rimane in una crisi economica senza precedenti, a un passo dal default e con gli scaffali dei supermercati quasi vuoti. La colpa è di una politica miope per un Paese che importa quasi tutto perché il chavismo (e non solo il chavismo) che governa da 16 anni ha pensato che con i dollari del petrolio non era necessario sviluppare l'industria o l'agricoltura. Ma il petrolio è crollato da 100 a 30 dollari al barile, la produzione venezuelana, che rimane una delle principali al mondo, è pure scesa. Il Paese che una volta era l'"El Dorado" dell'America latina oggi si ritrova a essere uno dei più disperati al mondo oltre che fra i più pericolosi in quanto a morti ammazzati. Il "socialismo bolivariano" o del "21mo secolo" - che gli studiosi di economia politica e anche gli ortodossi del marxismo ancora hanno capito cos'è e a cosa vorrebbe arrivare - è alla frutta ma i suoi responsabili non ne vogliono sapere di farsi da parte, nonostante il messaggio popolare sia stato forte e chiaro.

e-max.it: your social media marketing partner

 

JT Fixed Display

 

=