Venezuela, Mogherini: "Voto per cambiamento". Chavismo, fine per default

L'alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini ha commentato il voto che in Venezuela ha visto la sconfitta del Partito (Psuv) del presidente Nicolas Maduro parlando di un "voto per il cambiamento".

L'ex ministro pd degli Esteri italiano del governo di Matteo Renzi , la prima anche in Italia a commentare la consultazione venezuelana, ha parlato di "voto espresso dagli elettori è un voto per il cambiamento e un chiaro invito a tutti gli attori politici e alle istituzioni del Venezuela d'impegnarsi in sforzi politici costruttivi per affrontare assieme le sfide che hanno davanti per il bene del paese e di tutti i suoi cittadini".

Il voto che questa notte ha sancito dopo 16 anni la netta vittoria delle opposizioni potrebbe chiudere la lunga stagione del chavismo in Venezuela anche se resta da vedere se e quali misure prenderà Maduro per limitare i poteri di un parlamento in cui è costretto a trovarsi in minoranza. Il Venezuela è una repubblica federale presidenziale: il capo di Stato è anche premier e nomina i ministri. Un po' come negli Stati Uniti, dove il democratico Barack Obama si ritrova da qualche mese ad avere il parlamento una maggioranza repubblicana. Primo esportatore di petrolio dell'America latina precipitato in una grave crisi economica, il Venezuela si trova in ogni caso a fare conti con la pesante eredità di Hugo Chavez, per 14 anni alla guida del Paese. Eletto alla presidenza nel 1999, Chavez lanciò la sua "rivoluzione bolivariana", promuovendo una "socialismo del XXIesimo secolo" che ancora s'è capito cosa sia realmente. Costruendo la sua popolarità su numerosi programmi sociali - anche se la sanità che conta è ancora tutta in mano alle cliniche e alle assicurazioni sanitarie, persino i dipendenti dello Stato sono assicurati "privatamente" - Chavez sviluppò uno stile di governo atipico, personalissimo, con un linguaggio tra pesudo-sinistra e militarismo venato da accenti religiosi e culto del "libertador" dal colonialismo spagnolo Simon Bolivar che, però, affermava molte cose che i chavisti hanno fatto finta di non sapere e ricordare.
Gli oppositori di Chavez gli rimproveravano l'onnipresenza, la demagogia, la strumentalizzazione delle istituzioni al servizio della permanenza al potere. Fuori dal suo Paese è stato modello, e finanziatore, di molti leader latinoamericani di sinistra, ma nel corso degli anni la sua stella si è sbiadita a beneficio di leader meno radicali, come il brasiliano Lula da Silva o l'ex argentina Cristina Fernandez de Kirchner che il 10 dicembre passerà il testimone al nuovo presidente liberale Mauricio Macri, di origini italiane. Anche l'Argentina dei coniugi Kirchner (prima di Cristina alla guida 'cera il marito Nestor Kirchner) hanno goduto molto degli aiuti chavisti per uscire fuori dalla terribile crisi in cui era sporfondata grazie all'ex presidente Carlo Menem. A differenza di Argentina e Brasile, i cui leader di sinistra hanno rispettato la Costituzione che limita a due i mandati presidenziali, Chavez, così come Daniel Ortega in Nicaragia e recentemente Rafael Correa in Ecuador, si sono modificato la carta costituzionale per essere rieletti a vita, scatenando le ire delle opposizioni che parlano da tempo di "dittature comuniste".

Malato di cancro, Chavez fu rieletto per un terzo mandato nel 2012, prima di morire a 58 anni nel 2013. Il suo delfino ed erede designato, Maduro, l'ha sostituito alla guida del Venezuela vincendo nuove elezioni, ma l'attuale presidente è rimasto, come si suol dire "col cerino in mano": la sua popolarità e crollata in fretta, travolta da una crisi economica senza precedenti per il ricco Paese sudamericano che lo scorso anno ha provocato rivolte in cui sono morte 43 persone, secondo i bilanci ufficiali.
Paese di 916445 chilometri quadrati nel nord del Sudamerica, il Venezuela è uno dei due membri latinoamericani dell'Opec, insieme all'Ecuador. Produce tre milioni di barili al giorno di greggio, secondo le cifre ufficiali, ma l'Opec stima la sua produzione a 2,3 milioni di barili. Le riserve provate sono pari a 296,5 miliardi di barile, che fa del Venezuela il primo al mondo davanti pure all'Arabia Saudita. Caracas vende un terzo del suo petrolio agli Stati uniti, che sono i suoi primi clienti. Nonostante entrate petrolifere di oltre 380 miliardi di dollari dal 1999, Chavez e il suo successore non sono stati capaci di stroncare un'inflazione tra le più elevate al mondo, nè di liberare il Paese dalla sua dipendenza dai petrodollari, il 96,5% delle sue entrate. I controlli sui cambi hanno frenato la redditività delle imprese e rallentato le importazioni. Colpito dalla caduta dei prezzi del greggio, il Venezuela sffre di un'allarmante penuria di valuta estera che ha fatto precipitare il Paese in una crisi acuta, che mescola carestia, iperinflazione e recessione. Il pil è diminuito del 4% nel 2001, secondo la Banca mondiale. L'inflazione sarà quest'anno all'85% secondo il governo, al 200% secondo gli analisti. La povertà, la lotta contro la quale è uno dei cavalli di battaglia della "rivoluzione bolivariana", riguarda il 25,4% dei 30,7 milioni di abitanti del Paese nel 2012. L'insicurezza s'è aggravata: il tasso ufficiale di omicidi era a 54 per 100mila abitanti nel 2014, il più alto del Sudamerica, quasi otto volte la media mondiale calcolata dall'Onu. Ecco perchè pure molti poveri, che per anni sono stati lo zoccolo duro del chavismo, hanno cominciato a votare contro il Psuv mentre a livello internazionale quasi tutti i leader politici hanno da tempo cominciato a evitare incontri con Maduro (persino Papa Francesco). Nei nostri archivi abbiamo foto di incontri della Mogherini (e anche Renzi) sia con alleati del chavismo come il ledaer cubano Raul Castro (foto d'apertura) sia di nemici come il presidente colombiamo Juan Manuel Santos (foto a destra), ma non c'è traccia di foto (e incontri) con Maduro.

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