Richieste dati a Facebook: Usa primi seguiti da India. Italia sesta. Cina nessuna

Gli Stati Uniti continuano a guidare, davanti all'India e alla Gran Bretagna, la classifica dei paesi che hanno fatto più richieste a Facebook per ottenere informazioni sugli utenti o sugli account del più grande social network al mondo. E' quanto emerge dal "Global government requests report", il rapporto redatto dal gruppo di Menlo Park (California) e riguardante il primo semestre dell'anno in corso. Rispetto allo stesso periodo del 2014, l'Italia è rimasta sesta mentre la Francia ha guadagnato una posizione rubando alla Germania il quarto gradino della graduatoria. Creato per la prima volta del 2013 sulla scia del cosiddetto "datagate" - nato dalle rivelazioni della "talpa" Edward Snowden, che ha reso pubblici i programmi segreti di spionaggio condotti dall'intelligence americana - il documento mostra che nell'arco temporale di riferimento Washington ha richiesto informazioni 17577 volte chiamando in causa 26579 account o utenti, in aumento dalle 15433 volte e dai 23667 account dello stesso periodo del 2014. E' leggermente calata la percentuale delle richieste in risposta alle quali Facebook ha prodotto almeno qualche dati così come richiesto per legge: in un anno è passata al 79,85% dall'80,15%. "Ognuna delle richieste che riceviamo viene vagliata per vedere se ha basi giuridiche e rifiutiamo o richiediamo maggiori dettagli nei casi in cui le richieste siano troppo vaghe o generali", spiega Facebook precisando che risponde "soltanto a richieste valide riguardanti casi penali".
L'India è la nazione che dopo gli Usa ha presentato più richieste di dati al social network fondato da Mark ZuckerbergLo ha fatto 5115 volte per un totale di 6268 profili (da 4559 volte e 5958 account del primo semestre 2014). I britannici hanno voluto "spiare" 3384 volte per un numero complessivo pari a 4489 profili, in aumento dalle 2110 volte e dai 2619 dei primi sei mesi dell'anno scorso. Rispetto al periodo gennaio-giugno del 2014, la Francia ruba la quarta posizione alla Germania con 2520 richieste riguardanti 2847 account, in rialzo contenuto rispetto alle 2249 richieste e ai 2599 profili chiamati in causa un anno prima. La Germania ha fatto domanda di informazioni 2344 volte (da 2537) su 2176 utenti (da 3078).

L'Italia ha presentato 1816 richieste su 2994 account o utenti, un quadro pressoché invariato se messo a confronto con il primo semestre dell'anno scorso (allora furono 1869 le richieste su 2658 profili). Nello stesso periodo del 2013 - equivalente alla prima edizione del rapporto, quando il nostro Paese era al quinto posto dietro alla Germania e davanti alla Francia - le richieste furono 1705 coinvolgendo 2306 account. A tallonare il nostro Paese c'è solo il Brasile con 1265 richieste (da 1307) su 1954 account (da 2269). Tutti gli altri Paesi tra i 93 presenti nella tabella del rapporto, hanno richieste decisamente inferiori, talvolta pari a una sola unità come in Islanda, Iraq, Monaco, Russia, Slovenia, Tunisia. La Cina non ha fatto alcuna richiesta. Le informazioni prodotte ci sono state nel 45,32% dei casi in India, nel 78,04% dei casi nella Gran Bretagna, nel 42,5% dei casi in Francia, nel 35,66% in Germania, nel 48,62% nel nostro Paese (da 49,28% dell'anno precedente) e nel 39,94% in Brasile. Se in Italia o negli Stati Uniti non è stato limitato l'accesso ad alcun contenuto comparso su Facebook nei primi sei mesi del 2015, in Francia simili restrizioni ci sono state in 295 casi alla luce di leggi locali che proibiscono la negazione dell'Olocausto e la tolleranza del terrorismo. L'incitamento all'odio e la negazione dell'Olocausto, illegale in Germania, ha provocato restrizioni in quella nazione 188 volte. La medaglia d'oro del numero di contenuti con accesso limitato va all'India (15155): erano anti-religiosi e pieni di odio, cosa che avrebbero potuto "causare tensioni e disarmonia" nel subcontinente indiano. La medaglia d'argento spetta alla Turchia (4496) a causa di contenuti offensivi che includono violazioni ai diritti della persona, della privacy personale e diffamazione del primo presidente turco Mustaf Kemal Ataturk.

Nell'immagine d'archivio, un tipico caso di razzismo su Facebook, reato perseguito in molti paesi Italia compresa.

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