Filippine, vescovi indicono preghiera e digiuno per blasfemia di Duterte

La Conferenza episcopale delle Filippine - il Paese più cattolico dell'Asia (81% della popolazione di 108 milioni di abitanti, 92,5% di cristiani) - ha indetto tre giorni di preghiera e di digiuno, da martedì 17 a giovedì 19 luglio, come riparazione per quanti hanno commesso blasfemia, per espiare i peccati di bestemmia e calunnia. Una misura chiaramente indirizzata al vivace presidente Rodrigo Duterte (nella foto d'apertura, a colloquio col cardinal Luis Antonio Tagle, arcivescovo metropolita della capitale Manila e presidente della Caritas Internationals) che in una dichiarazione pubblica del mese scorso ha definito Dio "stupido" e un "figlio di puttana" per il concetto di peccato originale. Non è la prima volta che la Chiesa cattolica filippine reagisce contro Duterte e non è la prima volta che lo "sceriffo" Duterte fa affermazioni scioccanti. In passato aveva detto che la Chiesa "è piena di merda" di "corrotti e adulteri" e che da piccolo è stato "vittima di abusi sessuali di un vescovo".

Sullo sfondo, i rapporti tesi con Duterte, accusato da diversi esponenti della Chiesa per i suoi metodi violenti nella repressione del narcotraffico. Padre Sebastiano D'Ambra (nella foto a destra, intrevistato dal Tg2000), del Pontificio Istituto missioni estere (Pime), s'è detto convinto, in una conversazione con l'associazione "Aiuto alla Chiesa che soffre", che "la Chiesa nelle Filippine vive oggi difficili relazioni con il governo ma riesce a mantenere una posizione bilanciata, cercando punti di incontro senza tuttavia negare le criticità".

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