Venezuela, fuga di italiani in Ue, Usa o Panama: 13400 passaporti emessi nel 2013

E’ boom di richieste di passaporti nei consolati (anche onorari) italiani sparsi per il Venezuela: nei primi quattro mesi del 2014 siamo già a 4500 documenti emessi. Nel 2013 sono stati 13400; nel 2012 8500. Può darsi che la nuova tassa da 300 euro scoraggerà molti italiani residenti nel Paese sudamericano ma se continua con questo trend, i passaporti emessi per fine anno potranno arrivare a 18mila.

La fuga dal Venezuela è cominciata nell’era del defunto presidente Hugo Chavez e prosegue ancor più oggi con la crisi economica, politica e sociale che sta duramente colpendo il Paese guidato da Nicolas Maduro, da febbraio teatro di manifestazioni di protesta, incidenti, morti e feriti, fra cui tanti italiani. Del fenomeno passaporti s’è occupato “La Voce d’Italia”, il quotidiano degli italiani di Caracas, con un’intervista del direttore Mauro Bafile alla console reggente Jessica Cupellini . “E’ un fenomeno che si ripropone ogni qualvolta la crisi economica morde o quando il discorso del capo dello Stato o di altri esponenti politici oggi al potere, fanno temere una svolta illiberale volta a radicalizzare l’autoritarismo che già permea il sistema presidenziale venezuelano – scrive Bafile - Se poi a tutto ciò si sommano la paura per il dilagare della delinquenza, in particolare della microcriminalità” e “la preoccupazione per le proteste, represse con inusuale violenza” ecco spiegato il motivo di questo vero e proprio esodo di massa di cui si sono accorti anche gli italiani in Italia, pure per via delle tante manifestazioni contro il governo Maduro che si organizzano lungo lo Stivale. Persino “viceconsolati onorari, come quelli di Valencia o Maracay, ricevono anche 100 persone al giorno”, rivela la Cupellini, che parla di un fenomeno che ha messo in difficoltà l’intera rete consolare. “Abbiamo aumentato la frequenza delle ‘giornate-passaporto’ nella provincia – prosegue la diplomatica - per la raccolta delle impronte digitali. Molte persone, ora, si recano in Consolato per aggiornare o chiudere la propria posizione anagrafica, in previsione di un trasferimento definitivo in un altro paese”. Non tutti gli italiani, infatti, pensano a quello che, secondo loro, non è più il loro “Belpaese”: molti puntano ai più vicini Stati Uniti, tanti imprenditori si sono già trasferiti nella confinante Colombia. La console rivela che “molti connazionali decidono di stabilirsi a Panama. Il cittadino italiano vi si reca – spiega - grazie a un particolare accordo firmato tra l’Italia e il paese centroamericano, ottiene agevolazioni per la residenza”. Le richiesta per Panama sono “quotidianamente dalle quattro alle cinque”. Le persone che nel 2013 si sono recate nei consolati per informazioni sono state 36mila, “una media di tremila al mese – prosegue la Cupellini - Quest’anno, solo tra gennaio e aprile, ne abbiamo ricevute 18mila”. Ovviamente, l’occasione è giusta per lamentarsi per la carenza di personale rimasto invariato nonostante l’aumento di affluenza: “Ciò ha provocato disagi, ritardi e, purtroppo, anche le file di connazionali alle porte del Consolato”, ammette la console. Di questi tempi, prosegue “fare la fila davanti al Consolato può essere pericoloso. Abbiamo sollecitato la presenza della polizia ma, fino ad ora, la nostra richiesta non è stata soddisfatta. Al mattino cerchiamo di far entrare i connazionali in Consolato prima dell’orario di apertura degli uffici ma all’interno lo spazio è limitato. Quindi, malgrado tutto, siamo obbligati a far fare la fila in strada”. Meglio, infatti, risolvere il problema internamente, la polizia – che peraltro non va – è meglio che stia lontana, vista la situazione repressiva in corso. “Sei funzionari consolari sono rientrati al Ministero, in Italia, e non sono stati sostituiti" lamenta la Cupellini che spiega che per far fronte alle esigenze dei connazionali, si ricorre sempre più spesso agli straordinari; specialmente negli uffici di stato civile, cittadinanza e anagrafe. “La consegna dei passaporti ora avviene dopo un mese. L’anno scorso il documento era consegnato dopo 15 giorni. Era tutto più veloce”. Altro ufficio in difficoltà, rispondendo alla specifica domanda di Bafile, è quello dell’assistenza sociale, conseguenza della crisi: “Abbiamo notato che i connazionali che si recano in consolato sollecitando il nostro aiuto sono sempre più giovani. Se non si ha un’assicurazione, un’operazione può obbligare il malcapitato a indebitarsi, forse anche con speculatori e usurai. Nei giorni scorsi abbiamo autorizzato un’operazione di 315mila bolìvares. In precedenza, una di 638mila” per “un’operazione molto delicata al cuore. Ci era stata presentata la possibilità di un intervento a cuore aperto più economico ma anche molto più rischioso per il paziente. Abbiamo deciso di autorizzare l’intervento più costoso ma senz’altro meno rischioso per il connazionale. Nel primo caso aveva il 50% di possibilità di sopravvivenza, nell’altro il 90%. In una settimana sono state autorizzate quattro operazioni per un costo totale di due milioni di bolìvares”. Col cambio ufficiale un euro vale circa 8,60 bolivares (con quello parallelo viene cambiato anche a 10 volte di più). Questo dà l’idea sia di quanto costa la salute in Venezuela per chi non ha una polizza privata sia del più macroscopico dei fallimenti della “rivoluzione socialista bolivariana” che dopo 15 anni di potere non è riuscita a creare nemmeno un fondamentale sistema sanitario nazionale pubblico e gratuito. Come esiste in Europa o a Cuba, tanto amata e portata come esempio dai chavisti al potere e tanto odiata dagli oppositori che la indicano come la causa di tutti i mali del Paese. Il sistema della salute venezuelano che funziona – a parte i consultori medici nei “barrios” (le favelas) con medici cubani o le spese folli per inviare malati da operare a Cuba – è ancora tutto basato su cliniche e assicurazioni. Persino gli Stati Uniti di Barak Obama hanno esteso la sanità anche a chi non aveva le polizze. Il “socialismo del ventunesimo secolo” voluto da Chavez, invece, non lo prevede o, magari, lo prevedeva ma con le cospicue entrate del petrolio è stato fatto altro “soprattutto all’estero” lamentano gli oppositori. “Fortunatamente - conclude la Console italiana - i fondi (dell’Italia, ndr) per l’assistenza sociale non mancano”. In Italia, infatti, solidarietà e giustizia sociale sono realtà non propaganda.

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