A Roma il Dizionario degli emigrati, Palmerini: "Non immaginavano loro oblio"

The Church Palace delle Domus Mariae di Roma ha ospitato ieri, 11 giugno, la presentazione del "Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo", edito da Ser Italiateneo e Fondazione Migrantes, curato da Tiziana Grassi, Enzo Caffarelli, Mina Cappussi, Delfina Licata e Gian Carlo Perego. La presentazione s'è svolta con un vero e proprio convegno, al quale sono intervenuti monsignor Francesco Montenegro, presidente della Migrantes e vescovo di Agrigento, Norberto Lombardi del Consiglio generale italiani all’estero (Cgie), Mario Morcellini dell'Università “La Sapienza” di Roma, Matteo Sanfilippo (Università della Tuscia di Viterbo) e Francesca Alderisi, già conduttrice di “Sportello Italia” su Rai International (sotto la parte di una delle due puntate dove intervista il nostro direttore Pierluigi Spiezia. L'altra è qui). Ha moderato i lavori il giornalista Rai Sandro Petrone. I saluti dei presenti Antonello Biagini, prorettore vicario della Sapienza, e Piero Alessandro Corsini, direttore di Rai World) e dell'assente Cristina Ravaglia, direttore generale per Italiani all’estero e le Politiche migratorie del Ministero degli Esteri, che ha inviato un messaggio. Fra gli ospiti interventuti anche Goffredo Palmerini, giornalista, scrittore esperto di emigrazione e membro del Consiglio regionale degli abruzzesi nel mondo, che ha pure collaborato all'opera, oltre che rappresentare l'Anfe (Associazione famiglie emigrate). "Ho un pizzico d’orgoglio, da aquilano quale sono, per essere concittadino di Maria Agamben Federici, fondatrice dell'Anfe, una delle donne più tenaci e straordinarie dell’Italia repubblicana che molto contribuì, nella Commissione dei 75 e nell’Assemblea costituente, a scrivere la nostra Carta costituzionale - ha esordito Palmerini (nella foto d'apertura) - Il Dizionario, non solo ha un valore scientifico e culturale ma è un’opera sistemica e pluridisciplinare che va a coprire un vuoto d’interesse editoriale durato decenni, sebbene pubblicazioni siano state comunque prodotte su specifici campi di ricerca e d’attenzione verso il complesso fenomeno dell’emigrazione italiana. Si deve alla Migrantes, con il suo ponderoso 'Rapporto sugli Italiani nel mondo', l’avvio d’una ricognizione annuale organica sulla nostra emigrazione e soprattutto d’aver aperto la traccia per un approccio e un metodo non episodico nello studio del fenomeno migratorio. Ora la lacuna è colmata - ha proseguito - Giova evidenziare come assuma rilievo il taglio dell’opera che, senza far torto al rigore scientifico, si apre alla divulgazione verso una più lata comunità di lettori. Aspetto questo non di poco conto, nella mirata esigenza di raggiungere il più vasto pubblico. Se, infatti, la nostra emigrazione di qualcosa ha bisogno, in primis necessita d’essere conosciuta seriamente, di entrare nella Storia d’Italia come le compete, di avere un posto di riguardo nei programmi d’insegnamento delle nostre scuole e università, per l’eccezionale dimensione sociale e culturale che l’ha accompagnata in ogni angolo del mondo e per quanto gli emigrati italiani hanno dato e stanno dando al proprio Paese, in termini economici, politici e culturali, grazie al prestigio e al ruolo sociale che si sono conquistati all’estero, nei tanti Paesi della nostra emigrazione. Diciamolo senza velature ed ipocrisie - continua Palmerini nel suo passaggio-chiave - L’emigrazione italiana, i nostri emigrati, tra le innumerevoli difficoltà cui sono andati incontro, diffidenze e pregiudizi, se non anche ogni forma d’angherie e soprusi prima di poter realizzare il proprio riscatto, certamente non pensavano che in Patria si sarebbe realizzata una singolare specie di rimozione del fenomeno migratorio e della sua storia dolorosa. Un atteggiamento di sufficienza che pervade ancora una buona parte della classe dirigente del Paese, della politica e delle istituzioni, che da un lato aveva e ha tuttora scarso interesse verso gli Italiani all’estero e ciò che rappresentano, dall’altro gli riserva un paternalismo di maniera che si nutre d’una conoscenza assai epidermica e lacunosa, per usare un eufemismo, sul complesso mondo della nostra emigrazione. Un fatto per certi versi inconcepibile per un paese come l’Italia che ha conosciuto una vera e propria diaspora, a cavallo dei due secoli scorsi, con 30 milioni di connazionali emigrati, ora diventati un’altra Italia persino molto più numerosa di quella dentro i confini. C’è dunque bisogno che le due Italie si conoscano e si riconoscano, come avverte chiunque abbia occasione d’incontrare - e a me capita spesso - le comunità italiane all’estero, la cui più acuta amarezza verso il Paese delle loro origini è appunto la constatazione d’una insufficiente conoscenza delle loro realtà, d’uno scarso interesse, se non d’indifferenza, verso quanto esse rappresentano. Non hanno bisogno pressoché di nulla, gli Italiani nel mondo, solo di essere conosciuti, riconosciuti, considerati. E pensare che gran parte di loro, in ogni angolo del pianeta, si è conquistato stima e apprezzamento in società a forte competizione, eccelle nell’imprenditoria, nelle professioni, nelle università, nei centri di ricerca, nella cultura, è presente corposamente nei Parlamenti e nei Governi. E’ un’altra Italia dignitosa, corretta, competitiva che con testimonianze di vita esemplari dà lustro alla Patria, come ci ricorda il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella sua bella lettera di saluto che apre il Dizionario. Quanto sarebbe auspicabile, e persino utile oggi al Paese ancora nelle secche d’una brutta congiuntura economica, che queste due Italie si riconoscessero, che operassero in sinergia mettendo insieme i migliori talenti. E’ possibile tuttavia che a tanto si arrivi. Ma occorre un grande salto culturale che cancelli usurati archetipi e vecchi cliché sull’emigrazione e ci si apra alla conoscenza vera della nostra emigrazione, dello straordinario mondo delle comunità italiane all’estero, eccezionale risorsa sulla quale investire per fare più grande l’Italia, per unire le due Italie. Per questo edificante obiettivo è necessaria una buona informazione e la conoscenza. Dunque prezioso è il Dizionario che oggi si presenta, un sussidio agevole e organico che favorisce efficacemente la divulgazione per la conoscenza della nostra emigrazione e della sua storia". Palmerni ha detto anche e a ragione che il Dizionario "dovrebbe pertanto entrare in tutte le scuole, come un essenziale strumento didattico, nelle associazioni culturali, nelle rappresentanze sociali ed economiche, nelle case. Dovrebbe diventare sopra tutto un vademecum per ogni eletto nelle istituzioni", forse pensando anche alla traumatica sua esperienza nel Cram Abruzzo a gestione degli usciti governatore Gianni Chiodi e assessore al ramo Mauro Febbo. "Quando questo dovesse accadere, con la conoscenza appropriata della nostra emigrazione, a nuovi e ambiziosi traguardi potrebbe aspirare l’Italia - conclude il collega - facendo affidamento sul giacimento di valori, d’esperienze, d’orgoglio nazionale e d’amor patrio che trova radici nella cultura millenaria, nella creatività e nel talento della nostra gente, come pure nel sedimento di sofferenze e privazioni che hanno alimentato il riscatto materiale e morale degli Italiani nel mondo. Un immenso patrimonio per la nostra Italia, da valorizzare e di cui andare davvero fieri".

Concordiamo pienamente col pensiero di Palmerini che ha sottolineato il disinteresse, la sufficienza (o, meglio, l'insufficienza, sarebbe da dire) con la quale la classe politica di ieri e oggi, tranne qualche eccezione periferica, ha sempre snobbato il rapporto proficuo con i propri connazionali o corregionali nel mondo, impedendo, in maniera miope, al nostro Paese di fare rete con l'altra Italia che vive fuori dei confini, per essere più competitivi nei mercati esteri così come nell'incoming turistico. Le rimesse degli emigrati hanno rappresentato nel Dopoguerra la seconda voce di bilancio del Paese che è risorto grazie anche ai propri concittadini emigrati per scappare dalla povertà e aiutare le famiglie rimaste. Gli emigrati, ancora oggi, inviano in Patria tanti soldi (molti di più di quelli che ricevono), anche straordinarie come in occasione, per esempio, del terremoto che ha devastato L'Aquila, la città di Palmerini. Milioni di euro che sono giunti spontaneamente, persino in una Regione che ha maltrattato i propri emigrati come nessun'altra nel passato.Su di loro l'Italia potrà contare sempre, anche se l'attuale classe dirigente del Paese non se lo merita. E' l'unica categoria sociale, oltretutto, che non sciopera mai.

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