Pd estero su possibile esclusione di italiani nel mondo in Parlamento

I deputati del Pd eletti all’estero, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca e Fabio Porta, commentano con una nota congiunta, come spesso fanno, le ultime valutazioni parlamentari sull’eventuale esclusione degli italiani all’estero alla Camera dei deputati e nel futuro Senato delle autonomie. "Il confronto sulla riforma dell’assetto dello Stato e del titolo V della Costituzione è salito di tono, com’era naturale che avvenisse per la complessità e la delicatezza della materia e per le diffuse sensibilità che ad essa sono legate - fanno sapere in una nota congiunta i deputati del Pd (nella foto con la collega Cecile Kyenge) - Come rappresentanti della comunità italiana all’estero in Parlamento abbiamo già espresso un nostro orientamento: decisamente favorevole al superamento del bicameralismo paritario, altrettanto favorevole al mantenimento dei 12 eletti nella circoscrizione estero nella Camera che vota la fiducia al Governo e le leggi fondamentali dello Stato". Critici, invece, "sull’esclusione dei rappresentanti dell’estero dal Senato delle autonomie, dove lo sviluppo del dialogo con i rappresentanti delle Regioni, già in corso da anni, può essere di grande utilità per il Paese. La chiarezza e la tempestività di queste posizioni – proseguono - ci consentono di esprimere un’opinione altrettanto chiara, e speriamo costruttiva, sul disegno di legge costituzionale presentato al Senato da alcuni nostri colleghi parlamentari in alternativa a quello del Governo Renzi. Premesso che è del tutto legittimo esprimere valutazioni di qualsiasi natura, anche critiche, sulle diverse soluzioni da adottare, una prima perplessità riguarda il metodo politico. I presentatori sono tutti dello stesso gruppo parlamentare – quello del Pd – e questo partito ha avuto momenti e sedi per discutere democraticamente dell’ipotesi di riforma e per arrivare a conclusioni largamente maggioritarie. È sacrosanto difendere le proprie opinioni, ma ci chiediamo se sia altrettanto giusto presentare un disegno del tutto alternativo a quello di un Governo che appena da qualche settimana ha ottenuto la fiducia sulla base di un programma che prevedeva esplicitamente questo tipo di riforma. Sarebbe accettabile – ci si chiede - una situazione, obiettivamente possibile, in cui si creassero su un tema così rilevante maggioranze diverse da quella di governo? Francamente – rispondono gli eletti all’estero democratici - pensiamo di no e troviamo convincente l’invito a trasformare il disegno di legge in un pacchetto di qualificati emendamenti da presentare nel corso della discussione della riforma. Nel disegno di legge alternativo si prevede il mantenimento nel Senato dei sei eletti nella circoscrizione estero e l’abolizione dei dodici eletti alla Camera. Non abbiamo nessun imbarazzo a manifestare la nostra netta contrarietà a un’ipotesi del genere. Non si tratta di una questione numerica, pur legittima, visto che il rapporto di rappresentanza rispetto agli elettori degli eletti all’estero è di tre volte superiore a quello degli eletti in Italia. Esiste, invece, una questione ineludibile di diritti di cittadinanza, che sarebbero letteralmente spazzati via da astratti artifizi costituzionali. Dire al cittadino italiano all’estero, che per la Costituzione è cittadino di pieno diritto, che il suo voto non serve per costituire la Camera che concede la fiducia al Governo e che decide le cose essenziali della vita dello Stato, significa certificare una sua cittadinanza dimezzata, anzi praticamente rimossa sotto il profilo dei diritti politici". Precisano i deputati Pd eletti all’estero: "Non è un caso che proprio il Pd abbia deciso nella sua direzione, all’unanimità, di lasciarsi alle spalle la soluzione abolizionista della circoscrizione estero dei cosiddetti 'saggi' e di orientarsi a favore di questo importante e giusto riconoscimento. Gli stessi rappresentanti delle nostre comunità - aggiungono - nelle numerose e ripetute audizioni alla Camera e al Senato, hanno riaffermato l’intoccabilità dei diritti di cittadinanza degli italiani all’estero, trovando all’apparenza un consenso. Che cosa è cambiato da allora – tornano a chiedersi - per arrivare a soluzioni così diverse e lontane?". La nota chiosa con un auspicio: "Speriamo sinceramente e vivamente che queste nostre valutazioni possano essere considerate un contributo costruttivo al dibattito in corso e si realizzi prima possibile un’unità di vedute tra tutti gli eletti all’estero, in particolare tra tutti quelli del Pd. Di tutto si può parlare con spirito aperto, ma sui diritti di cittadinanza non vi possono essere incertezze. Lo diciamo come eletti all’estero, ma – concludono - ancora di più come cittadini italiani".

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