Focus Venezuela di Palmerini intervenuto a convegno benefico di Acli Terra

(segue) “[…] La terra del Venezuela fu scoperta da Cristoforo Colombo al suo terzo viaggio, nel 1498. Abitata dagli indigeni Aruachi e Caribi, per la Spagna fu dura impresa conquistarla, quasi un secolo, per la tenace resistenza dei nativi. E tuttavia i conquistatori sotto le insegne di Carlo V - il re sul cui impero non tramontava mai il sole - su quegli scampoli di territorio occupato, nel 1567, fondavano Caracas ed iniziavano quella depredazione di risorse, come già in altre terre del continente alla ricerca dell’oro, alla quale anni più tardi furono destinate consistenti schiere di schiavi dall’Africa. Inutile aggiungere che guerre, malattie e schiavitù decimarono i nativi di quella terra ricca, bella e rigogliosa. Nel corso del 700, vani si rivelarono i tentativi della classe creola di sollevarsi contro gli spagnoli. Assai violenta fu la rivolta dei comuneros, intorno agli anni ottanta di quel secolo. Come del pari fallì, nel 1806, l’insurrezione capeggiata da Francisco de Miranda. Cinque anni dopo Simon Bolivar, l’uomo del destino, con un più fortunato tentativo portò alla prima proclamazione d’indipendenza del Venezuela, con una Costituzione federale ispirata a quella americana. Ebbe vita breve. In un anno la Spagna spazzò via i rivoltosi e ricostituì lo status quo ante.

Bolivar, l’eroe nazionale, era nato a Caracas nel 1783 da una ricca famiglia d’origine spagnola. Spirito romantico e avventuroso, aveva vissuto alcuni anni in Spagna, visitato gli Stati Uniti d’America, l’Italia e sopra tutto la Francia, dove s’era imbevuto dei principi dell’Illuminismo e delle idee di Jacques Rousseau. Tornato in patria, nel 1810 aveva promosso e realizzato quella prima effimera indipendenza del Venezuela. Poi numerosi altri tentativi erano andati a vuoto. Bisogna attendere il 1819 per veder avviarsi il Paese all’indipendenza vera, con i primi successi sul campo e con il Congresso di Angostura, oggi Ciudad Bolivar. Quindi, negli anni seguenti, con le vittorie di Carabobo e Maracaibo che portarono alla completa liberazione del Paese. Ma non solo. Perché in quegli stessi anni, e fino al 1825, Bolivar determinò la liberazione della Colombia, dell’Ecuador e la definitiva sconfitta degli spagnoli, in Perù e nell’Alto Perù, chiamato poi Bolivia in suo onore, conquistati grazie all’azione congiunta con il generale argentino Josè de San Martin.

Sognava una Confederazione sud americana, il “Libertador” Bolivar (ritratto nel quadro a destra), infrantasi tuttavia per le rivalità tra generali e per l’inizio del suo declino che, nonostante l’assunzione di poteri dittatoriali, nel 1830 lo portò alle dimissioni. Lasciò il Venezuela per andare in Colombia dove, il 17 dicembre di quell’anno, morì a Santa Marta dettando il testamento politico. La sua notevole opera, se da un lato aveva assicurato l’indipendenza a tanti Paesi sudamericani, non risolse la questione delle libertà democratiche e dello Stato di diritto, a dispetto della giovanile formazione illuminista. Tanto che il Venezuela, dalla sua nascita, ha continuato a pencolare tra dittature, regimi autoritari di militari golpisti, parentesi democratiche e tentazioni populiste, qualunque sia stato il colore. Fino ai giorni nostri. Oggi è una repubblica federale, a carattere presidenziale, formata da 22 Stati e un Distretto.

Il Venezuela è tuttavia davvero un paese dalle grandi prospettive, per le ricchezze naturali di cui dispone e per la notevole diversità del territorio. Grande tre volte l’Italia, il Venezuela ha un ambiente che varia dai monti della cordigliera andina orientale, con cime fino a cinquemila metri (Merida, 5002 metri) anche con nevi eterne, alle foreste amazzoniche, dalla grande pianura centrale attraversata dall’Orinoco fino al vastissimo delta del fiume, dalle valli raccolte tra le catene montuose, le cui propaggini si spingono ben oltre Caracas, alle depressioni interne fino al grande lago di Maracaibo. Diversi i climi e le vegetazioni che consentono una notevole variabilità delle colture. Oggi va crescendo la produzione interna di riso, mais, sesamo e banane, mentre si destina all’esportazione canna da zucchero, caffè, cacao, cotone e tabacco. In crescita l’allevamento del bestiame: bovini, suini e caprini, ma anche volatili, nelle aree di Valencia e Maracaibo, e i prodotti ittici.

Rilevanti sono le risorse del sottosuolo, petrolio e gas naturale, specie nell’area occidentale. In parte raffinato in Venezuela, l’oro nero alimenta l’industria petrolchimica per la produzione di materie plastiche e fertilizzanti. Notevoli i giacimenti di ferro destinati al settore siderurgico e, nella Guiana, bauxite, manganese, oro e diamanti. Importante la produzione di legno pregiato. In crescita i settori industriali di trasformazione, vetro e cemento, il tessile e l’alimentare. La bilancia commerciale, con l’esportazione del petrolio e derivati, mantiene un forte attivo. Anche il turismo, sulle coste splendide come sulle isole e nell’interno, sta conoscendo una promettente stagione, purtroppo ristretta nelle sue potenzialità dai problemi di sicurezza. La criminalità che assilla il Paese, tra gli handicap uno dei più avvertiti, agisce come un pesante freno alla crescita dell’economia e si scarica sulle condizioni di vita della società venezuelana, specie nelle grandi città. E’ una questione ancora irrisolta e limita fortemente le possibilità d’investimento dall’estero. […]”.

Sono annotazioni di Goffredo Palmerini in un reportage più ampio di viaggio in Venezuela e risalgono al 2009, quando il giornalista e scrittore aquilano - coordinatore dell'Osservatorio Emigrazione della Regione Abruzzo - visitò il Paese sudamericano. Annotazioni a margine dell'articolo sul convegno di solidarietà a Villa Sant'Angelo (L'Aquila) organizzato da Acli Terra e l'associazione Ali (nella foto qui a sinistra, durante la cena, mentre gli viene servito il vino). E' pure uno stralcio d’un capitolo del suo libro "L’Aquila nel mondo" (One Group Edizioni, 2010). Sono tuttavia utili a far comprendere quanto da un lato la Natura sia stata generosa nel fare “ricco” questo meraviglioso Paese affacciato sul mar dei Caraibi, avviatosi dal secondo dopoguerra ad un promettente sviluppo, anche grazie all’emigrazione italiana (e abruzzese, in particolare). In questo vero e proprio Eden, il Venezuela, si possono indicare tre diverse fasi nella storia dell’emigrazione italiana: i flussi a cavallo tra il XIX e il XX secolo (1830-1926), quelli contemporanei allo sviluppo dell’industria petrolifera (1927-1948) e, infine, l’immigrazione massiccia del secondo dopoguerra (dal 1948 in poi). Nel corso della prima fase gli arrivi dei migranti italiani sono modesti e ben al di sotto delle aspettative delle classi dirigenti venezuelane che, tramite la politica dell’immigrazione assistita e la creazione di colonie miste di stranieri e autoctoni, intendono intensificare la produzione agricola nazionale e promuovere le esportazioni all’estero. Durante la seconda fase si realizza lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie e dei giacimenti petroliferi del Paese: tra il 1921 e il 1935 si passa da circa un milione di barili all’estrazione di 150 milioni di barili di petrolio. Il Venezuela non è più uno Stato a base prevalentemente agricola e rurale, ma il primo esportatore di petrolio al mondo. Gli italiani che arrivano in questi anni però, non partecipano in modo significativo alle attività petrolifere, inserendosi prevalentemente in altri settori, in primo luogo il commercio, i servizi e l’edilizia e in misura minore l’agricoltura. Si tratta perlopiù di persone che giungono nel Paese in modo spontaneo, senza avvalersi delle agevolazioni previste dalle locali leggi sull’immigrazione, privi di permessi ufficiali e di referenze lavorative.

Stando ai dati delle rilevazioni censuarie, gli italiani residenti in Venezuela sono 2652 nel 1936 e 3137 nel 1941, un numero del tutto in linea con quelli registrati nei decenni precedenti. È solo negli anni del secondo dopoguerra che la presenza italiana in Venezuela si lega a un fenomeno d’emigrazione consistente, intenso e prolungato. Nel giro di un solo decennio si stima che siano giunti nel Paese circa 200mila italiani. Lo Stato assume professionisti preparati e si convocano le ditte internazionali per la costruzione di strade, autostrade, ponti, gallerie, centrali elettriche, porti e aeroporti. Si realizzano opere a un ritmo vertiginoso e con un’efficacia che si esprime nel rispetto dei tempi e dei costi preventivati. Questo è il momento del maggior flusso dell’emigrazione italiana: alcuni sono tecnici, ma la gran maggioranza, di origine contadina, trova un Paese tutto da realizzare con una popolazione che solo in quegli anni ha accesso a scuole tecniche e professionali. L’intraprendenza degli italiani permetta a molti, se non a tutti, di assurgere in pochi anni dallo status di operaio a quello di datore di lavoro. Sono giovani e i tempi duri seguiti alla Seconda guerra mondiale, vissuti in zone povere dell’Italia, rendono ancor più attrattive le opportunità che s’incontrano in Venezuela. Alcuni giungono anche dall’Argentina dove si è emigrati in un primo tempo con scarsa fortuna.

L’esperienza migratoria italiana in Venezuela rimane comunque caratterizzata da una diffusa buona riuscita sul piano economico (nella foto a destra, la piscina del Centro italo-venezuelano di Caracas). Le ricerche in merito confermano che gli italiani hanno raggiunto posizioni professionali influenti, quali quelle di manager e di direttore d’azienda (35%), con una significativa differenza rispetto al complesso della popolazione (4,8%). Attualmente in Venezuela, stando ai dati Aire (dal "Rapporto italiani nel mondo", Migrantes 2014), risiedono 121mila italiani. Ma sono dati che si riferiscono esclusivamente agli italiani che hanno conservato o riacquistato la cittadinanza italiana e non all’intera comunità d’origine italiana, ossia gli emigrati delle varie generazioni migratorie e gli oriundi. Gli italiani nel mondo iscritti all’Aire, nell’ultima rilevazione, stanno intorno a cinque milioni. Una sparuta minoranza, se si pensa che gli italiani all’estero, secondo le stime più attendibili, sono ben 80 milioni. Un’altra Italia più grande di quella dentro i confini che dovunque nel mondo ha saputo conquistarsi rispetto e stima, contribuendo alla crescita dei Paesi d’accoglienza e assumendovi man mano posizioni di rilievo nella società, nell’economia, nelle istituzioni. Per quanto riguarda il Venezuela si stimano poco più di un milione gli emigrati italiani e loro discendenti. Numerosa la comunità abruzzese: il citato Rapporto colloca il Venezuela al quarto posto per l’emigrazione dall’Abruzzo (desunta dai dati Aire), secondo una graduatoria d’emigrazione che ai primi 10 posti vede Argentina, Svizzera, Belgio, Venezuela, Francia, Germania, Canada, Australia, Stati Uniti e Brasile. Attendibilmente oltre centomila sono gli Abruzzesi in Venezuela.

Grande, dunque, il contributo reso dagli Abruzzesi alla crescita e allo sviluppo del Venezuela, presenti come sono in tutti gli Stati del Paese, e particolarmente nella capitale Caracas e nelle grandi città (Valencia, Barquesimeto, Maracaibo, Merida, San Cristobal, Guanare, Maracay, Ciudad Bolivar, Valera, ecc.). Nelle maggiori aree urbane hanno costituito una rete associativa molto importante sul piano sociale e culturale. Dovunque gli abruzzesi hanno assunto un ruolo rilevante nell’imprenditoria, nell’economia e nelle classi dirigenti del Paese. Una dimensione crescente, a partire dagli anni del secondo dopoguerra – quelli del grande fenomeno migratorio verso il Venezuela – che tuttavia negli ultimi anni con la mutata situazione politica, economica e sociale del Paese si è forzatamente ridimensionata. L’attuale regime politico, nelle mani del presidente Nicolas Maduro, impiantato una ventina di anni fa da Hugo Chavez, ha infatti ridotto in pochi anni alla miseria più nera e alla fame il popolo venezuelano. Mancano medicine, generi alimentari e di prima necessità, talvolta persino l’acqua. E’ una situazione terribile. Stanno tornando malattie che si ritenevano debellate, c’è un’altissima mortalità infantile e senile per denutrizione e mancanza di cure mediche. C’è una fuga che pare una diaspora, specie verso la confinante Colombia (nella foto qui a sinistra, l'esodo quotidiano al confine fra i due stati), ma anche altrove dovunque sia possibile.

Nel corso dell’ottavo Vertice delle Americhe, tenutosi nei giorni scorsi a Lima, in Perù, al quale hanno partecipato capi di stato e di governo dei Paesi di Nord, Centro e Sud America, dove il presidente del Venezuela non ha potuto recarsi perché gli è stato revocato l’invito dalle autorità peruviane, è stato sottoscritto un duro documento congiunto sul Venezuela, nel quale si afferma tra l’altro che “le elezioni presidenziali previste in Venezuela il prossimo 20 maggio saranno considerate prive di credibilità e legittimità”. I paesi firmatari si sono impegnati inoltre a promuovere iniziative per il ripristino della democrazia nelle istituzioni e per il rispetto dei diritti umani in Venezuela, con l’invito alle organizzazioni internazionali a predisporre un piano di aiuti e di assistenza umanitaria ai Paesi che accolgono i rifugiati venezuelani. Qualche giorno fa l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) di Ginevra ha comunicato che, tra il 2016 e il 2017, circa un milione e 600mila venezuelani hanno abbandonato il Paese, ma l’organismo precisa pure che nel 2015 ne erano usciti altri 700mila. Dunque, stando ai calcoli dell’Oim, fuori dal Venezuela sarebbero andati in soli tre anni ben due milioni e 300mila venezuelani. L’organismo internazionale informa inoltre che 885mila si trovano nei paesi del Sudamerica, 308mila in Nordamerica, 78mila in America centrale e 21mila nell’area caraibica. Una situazione che desta allarme, segnalando il Venezuela come un focolaio dal quale si deve scappare, in quanto Paese ormai completamente isolato a livello internazionale, colpito da sanzioni per le continue violazioni dei diritti umani e politici da parte del regime, che pur con imponenti manifestazioni popolari di protesta rimane tuttavia attaccato al potere con l’uso dell’esercito, della polizia e dei corpi speciali che agiscono nell’impunità.

A ciò s’aggiunge una corruzione pubblica dilagante e l’enorme problema della criminalità e della violenza urbana, che ogni giorno insanguina le città, mietendo vittime a migliaia, tra sequestri di persone, furti ed “espropriazioni” nei quali molti nostri connazionali (anche diversi abruzzesi) sono rimasti vittime. Una situazione drammatica che riguarda la gran parte della popolazione, fatta eccezione per le strutture legate al regime. Dunque di tale dramma sta patendo duramente anche la numerosa comunità italiana. Di questi nostri connazionali, chi si trova nelle condizioni di poter lasciare il Venezuela, sta emigrando in altri paesi delle Americhe o rientrando in Italia, nelle regioni d’origine. Ma la gran parte, per diversità di motivi, non ha possibilità di uscire, sia per gli alti costi dovuti a un drogato tasso di cambio del bolivar col dollaro, sia per un’inflazione iperbolica che nel 2017 ha superato il 2700% e ora è già al doppio. D’altro canto rimanere significa non avere possibilità di acquistare quanto essenziale per vivere, soprattutto per curarsi, mancando dovunque medicinali salvavita e di ogni genere. Ecco perché appare meritoria l’opera di dell'associazione "Ali per il Venezuela" in soccorso del suo popolo, con le garanzie che offre nell’arrivare direttamente a chi ha bisogno. Altri aiuti dal mondo, infatti, “intercettati” dalle autorità governative, spesso vanno ad alimentare il mercato nero. L’iniziativa della serata a Villa Sant’Angelo è stata un gesto significativo di amicizia e di solidarietà verso il popolo venezuelano, sperando che presto possa finire la sua sofferenza e riprendere il cammino dello sviluppo e del benessere, cui ha pieno diritto di aspirare.

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