Chiusura di ambasciata a Santo Domingo. Meglio tagliare stipendi che sedi

 Proseguono copiose le lamentele e soprattutto le maledizioni che tutti i giorni arrivano al Ministero degli Esteri dalla comunità italiana nella Repubblica Dominicana, che dal 31 dicembre 2014 non ha più la propria ambasciata a Santo Domingo, chiusa con funzioni trasferite a quella di Panama. Nazione che non è confinante, è raggiungibile solo in aereo e vanta presenze italiane inferiori a quella in terra dominicana, fra le mette più gettonate dagli italiani (nella mappa, si capisce la distanza e la follia di Panama ambasciata anche per Santo Domingo). Santo Domingo è, infatti. l'unica località nel mondo molto vissuta da italiani turisti e residenti che si è vista chiudere la sede diplomatica, non certo per motivi di spending review, anche se quella è la motivazione ufficiale. Il Governo farebbe bene a dare seguito a una promessa della sua ex ministra Federica Mogherini (nel frattempo spedita a Bruxelles) che ad aprile 2014 aveva annunciato il taglio degli stipendi dei nostri diplomatici, i più cari al mondo, pagati tre volte i colleghi statunitensi e due volte quelli tedeschi. Nel frattempo è arrivato Paolo Gentiloni che di toccare il portafoglio alla casta se ne guarda bene. Ma noi insistiamo: quella del taglio delle indennità accessorie (fattibile perché non è stipendio) è una nostra battaglia come quella della regolamentazione della prostituzione: due riforme che farebbero entrare e risparmiare parecchi miliardi di euro all'Italia. Restiamo in attesa fiduciosi anche del Parlamento. Parlamento da dove arriva, rispetto alla questione dominicana, un'interrogazione di Francesca La Marca (Pd), deputata italo-canadese eletta nella circoscrizione Nordamerica di cui fa parte il paese caraibico, che in una sua nota esprime la sua delusione: “La conferma che la chiusura dell’Ambasciata italiana a Santo Domingo sia frutto di una decisione poco ragionata e improvvida viene dalle costanti rimostranze dei nostri concittadini là residenti - scrive - alle prese con i pesanti disagi dei trasferimenti addirittura in un altro Stato, quello di Panama, per il disbrigo delle pratiche correnti". Lo conferma, secondo La Marca, la stessa risposta del Ministero all'interrogazione, nella quale "ponevo quesiti diretti e specifici, riguardanti la struttura che doveva sostituire gli uffici chiusi, le operazioni per il rilascio dei passaporti e per la ricostruzione della cittadinanza, il disbrigo delle pratiche di stato civile e di quelle relative al riconoscimento dei titoli di studio, i visti, particolarmente richiesti per la presenza di un certo numero di famiglie miste, e quant’altro sia di immediato interesse per gli utenti. La risposta di Gentiloni secondo la deputata eletta all'estero "è piena di buone intenzioni, ma, purtroppo, tale da legittimare la constatazione che a oltre sei mesi di distanza le soluzioni alternative siano ancora largamente da costruire. Il Ministero, da un lato, infatti, dà assicurazioni che per i rapporti con le autorità locali è stato distaccato da Panama un incaricato d’affari presso la Delegazione dell’Unione europea. In più, per la rilevazione dei dati biometrici necessari per i passaporti, un funzionario itinerante è incaricato di recarsi a Santo Domingo per alcune ore dietro fissazione di un appuntamento con gli utenti che ne facciano richiesta. Dall’altro - prosegue - tutte le necessità legate allo svolgimento dei servizi di stato civile dovrebbero essere affrontate dalla rete dei consoli onorari, a partire da quello di Santo Domingo, ma il consenso del governo locale, necessario in base alla Convenzione di Vienna, non ancora arriva, con la conseguenza che i cittadini devono sopportarne il maggior carico. Per le pratiche relative alla cittadinanza, ci si deve recare personalmente all’Ambasciata di Panama, previo visto d’ingresso, affrontando così le spese di viaggio e permanenza e i disagi di un trasferimento in un altro paese. La stessa concessione dei visti, che il Mae intende appaltare in outsourcing a terzi, è ancora impigliata nelle procedure, con la conseguenza che anche per questo ci si deve spostare a Panama. Quando esprimiamo la nostra contrarietà a interventi chirurgici sulla rete diplomatico-consolare, di solito ci viene risposto che i servizi tradizionali che si tolgono saranno surrogati da soluzioni alternative e dalle nuove tecnologie. Il caso di Santo Domingo è una base concreta di riflessione per verificare quanto certe volte sia ampia la distanza tra il dire e il fare e come un sano realismo dovrebbe indurre a essere prudenti e a cercare anche altrove le risorse che si pensa di risparmiare con le chiusure. Per quanto riguarda la situazione dei nostri connazionali a Santo Domingo e tutti gli altri che in qualche modo hanno bisogno di entrare in contatto con i nostri terminali consolari - conclude La Marca - nelle condizioni presenti c’è solo da riflettere sulla possibilità di valutare meglio in tempi ragionevoli la scelta compiuta e di fare presto, ma proprio presto, nell’attivare le soluzioni alternative promesse e non ancora realizzate”.

A Santo Domingo "siamo 50mila italiani, ti pare poco" scrive sul sul profilo Facebook Stefano Ciattoni (foto a destra), uno dei tanti italiani trasferitosi da Pescara nell'isola caraibica dove fa l'imprenditore nel settore turistico (titolare dell'agenzia Baya Tour, nonché grande appassionato di pesca. Ciattoni rilancia anche il link alla petizione online fatta per chiedere la riapertura della sede diplomatica nel Paese dove c'è "la più grande comunità italiana del Centro America", come si legge nella petizione.

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