Venezuela ritira soldi da Fmi: si va verso dollarizzazione economia

Il Venezuela va verso la dollarizzazione dell'economia, ossia rischia di dover sostituire la sua moneta, il bolivares, con il dollaro statunitense. Una conseguenza inevitabile del fallimento della politica economica del governo chavista guidato da Nicolas Maduro, rimasto dal 2013 col cerino in mano, dopo aver ereditato la guida del partito Psuv e del governo dal defunto Hugo Chavez (i due insieme nella foto), attraverso contestate elezioni presidenziali. Se si arriva a ciò perché un paese se "ha bisogno di metter mano alle riserve internazionali conservate nei forzieri della Banca centrale o, ancor peggio, di attingere a quelle affidate al Fondo monetario internazionale, allora vuol dire che si è all’osso", scrive il direttore Mauro Bafile, su “La Voce d’Italia”, quotidiano degli italiani in Venezuela. "Insomma, che la crisi, aldilà dalle dichiarazioni rassicuranti del governo, ha superato i limiti di guardia. Straripato. Si potrebbe pensare, quindi, che si è toccato fondo e che, ormai, non si può che risalire la china. Come un fulmine a ciel sereno. La notizia è rimbalzata dai siti qualificati alle riviste specializzate e da queste alle agenzie di notizia e al resto dei 'mass-media'". Bafile rivela che il Venezuela "ha ritirato 383 milioni di dollari dalle riserve depositate nel Fmi. Nessuna reazione ufficiale. Nessuna smentita”. La notizia "è stata pubblicata nel sito ufficiale del Fmi. E chiunque in possesso di un computer e di una linea internet vi può accedere. A quanto pare, i 383 milioni di dollari ritirati, parte dei Diritti speciali di prelievo che a loro volta appartengono alle Riserve del paese nell’organismo di Washington, sarebbero stati destinati al pagamento di alcune importazioni. Nessuna dichiarazione, nessuna spiegazione. Solo silenzio. A marzo di quest’anno, se ci atteniamo a quanto reso noto sul sito dell’organismo multilaterale, il Venezuela aveva circa due miliardi e 250 milioni di dollari. Ad aprile, la cifra era scesa a poco più di un miliardo e 980 milioni di dollari. Erano 15 anni circa che il Venezuela non realizzava prelievi dal suo forziere nel Fmi.- prosegue il direttore del quotidiano italiano all'estero - Preoccupazione e perplessità alimentate dal silenzio “ufficiale”. I 383 milioni di dollari ritirati dai depositi del Fmi si sommano alla valuta prelevata dalle Riserve internazionali depositate nella Banca centrale. Quest’ultime sarebbero oggi poco meno di 18 miliardi di dollari. Un livello che non si raggiungeva dal 2003. Ma allora c’era un’attenuante: ancora si soffrivano gli strascichi dello sciopero generale e del tentativo di 'golpe'", durato un paio di giorni nel 2002, in cui Chavez fu spodestato non dai militari ma dall'allora presidente della confindustriavenezuelana Pedro Carmona. "Due avvenimenti che avevano scosso la società venezuelana e richiamato alla prudenza gli investitori internazionali che guardavano, e purtroppo guardano ancora, il paese con diffidenza - prosegue l'articolo di Bafile - Nell’ottobre del 2013, il vicepresidente dell’area economica, Rafael Ramirez, sosteneva che il livello ottimo di Riserva Internazionale era di 29 miliardi. Negli ultimi dieci anni, la quota media è stata di 28 miliardi. E a gennaio del 2009 è stato anche raggiunto il 'top' di 43 miliardi. Ma negli ultimi mesi il livello è andato scemando progressivamente. JPMorgan, in un recente rapporto, segnalava con preoccupazione che le Riserve internazionali del Venezuela hanno subito una riduzione del 25%, collocandosi al di sotto dei 18 miliardi.
Le Riserve internazionale rappresentano la copertura dei bolìvares che circolano nel torrente monetario della nazione. Non sono il risparmio della nazione, almeno non solo quello. Sono la valuta indispensabile per difendere la moneta nazionale. Se la posizione in oro, la valuta pregiata o i titoli del Tesoro che rappresentano nel loro complesso le Riserve internazionali hanno livelli adeguati, la moneta nazionale non corre nessun pericolo; non è in balia degli speculatori. In caso contrario, ed è quanto sta accadendo in Venezuela, la svalutazione è una 'spada di Damocle'. E, in occasioni, inevitabile. Le Riserve internazionali del Paese, per il 96%, provengono dalla vendita del greggio e dipendono dagli alti e bassi dei prezzi del barile di petrolio nei mercati internazionali. È questo un altro aspetto preoccupante dell’economia venezuelana. Le amministrazioni dell’estinto Chavez prima e di Maduro, ora, non sono riuscite a ridurre la dipendenza dell’economia dal petrolio. A dispetto delle promesse fatte e delle rimbombanti frasi con sapore a demagogia, poi trasformate in slogan altrettanto impattanti, le tradizionali catene che hanno da sempre legato il futuro dell’economia a quello del petrolio non sono state rotte. Anzi, oggi il paese è ancor più dipendente dall’oro nero. I numeri parlano chiaro". Perché in tutti questi anni il Venezuela non ha fatto quasi nulla per diversificare la produzione industriale e agricola: è un paese che esporta pochissimo e importa moltissimo. "È ovvio, dunque, che metter mano alle Riserve internazionali trasmette ai mercati messaggi inquietanti e riflette la crisi del Paese. Sono elementi, questi, ai quali gli investitori internazionali stanno molto attenti e sono molto sensibili. Quanto sta accadendo oggi in Venezuela indicherebbe ai capitani d’industria stranieri, che vorrebbero investire, che il paese è inaffidabile. Non solo, determina indirettamente pressioni sulla moneta. Insomma, indebolisce il bolìvar" già arrivato a cambi paralleli 10 volte superiori a quelli ufficiali. "Di fronte a una realtà preoccupante come quella che oggi si vive, il governo di Maduro si è limitato ai soliti messaggi propagandistici e alla denuncia di una presunta guerra economica che starebbe all’origine di tutti i mali. Intanto, il deficit venezuelano cresce. E quest’anno potrebbe essere di 12 miliardi di dollari, sempre quando il prezzo medio del barile di greggio si dovesse mantenere sui 54 dollari. La necessità di valuta per coprire il 'gap' è pressante. Fino ad ora, il Paese sarebbe riuscito attraverso accordi e meccanismi di credito a racimolare poco meno della metà del deficit. Circa un miliardo, poi, lo avrebbe ottenuto dal Citibank ipotecando parte delle riserve in oro. Inoltre, un miliardo e 900 milioni sarebbero stati consegnati dalla Repubblica dominicana. Altra valuta pregiata probabilmente si otterrà dalla Cina e dalla riduzione delle esportazioni petrolifere a prezzi scontati a Petrocaribe. Altro ancora da probabili accordi con Jamaica. Ma anche così, stando agli esperti in materia, sarà assai difficile coprire tutto il deficit, specialmente in un anno elettorale. E mentre la notizia recente del prelievo di valuta dal Fmi preoccupa politici ed economisti, sorprende la decisione dell’esecutivo del presidente Maduro di permettere a Ford Motor di vendere le proprie vetture in dollari. Il sindacato dell’importante azienda americana è stato colto di sorpresa, non essendo stato consultato. La prima reazione è stata quella di accettare di buon grado la decisione del governo poiché orientata a salvare l’industria automobilistica. Dopo alcuni giorni di riflessione, però, ha rilevato che se l’azienda vende in valuta pregiata è allora giusto che anche gli operai siano pagati con la stessa moneta. E ha affermato che un salario giusto sarebbe di otto dollari al giorno. C’è da attendersi quindi, in futuro, decisioni simili per altre industrie e di conseguenza probabili agitazioni sindacali. La vendita dei beni in dollari non risolve i problemi dell’economia. Al contrario, potrebbe aggravarli confondendo il consumatore e alimentando la speculazione. Stando agli esperti questi provvedimenti sarebbero frutto di decisioni erronee, di decisioni prese in ritardo o non prese affatto. Vendere un prodotto in dollari, poi, non vuole dire che si sia di fronte a un processo di dollarizzazione dell’economia ma senz’altro invia un messaggio sbagliato".

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