'Speranza oltre le sbarre', libro in cui parlano i mafiosi-killer dei giudici

A pochi giorni dalla ricorrenza della "strage di Capaci" del 23 maggio 1992, prosegue il tour nazionale per la presentazione del libro-inchiesta "La speranza oltre le sbarre" (edizioni San Paolo), scritto dalla giornalista Rai Angela Trentini (nella foto qui sotto a destra) e da don Maurizio Gronchi, (nella foto successiva a sinistra) presbitero della Diocesi di Pisa. Il prossimo appuntamento è a Palermo il 29 maggio, seguito da Chieti l'8 giugno. Un volume dove, per la prima volta, gli assassini dei giudici Rosario Livatino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si raccontano in un'opera destinata a far riflettere, in un confronto con i familiari delle vittime che coinvolge e interroga. Non si tratta di un libro sull'indulgenza, ma sulla conoscenza degli uomini e dei fenomeni che li hanno resi “mostri” da prima pagina. Parafrasando Primo Levi “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. 

Sei i killer della mafia che, dal 41 bis del carcere di Sulmona (L'Aquila), il cosiddetto “carcere dei suicidi”, si raccontano alla giornalista e all'uomo di chiesa. “Vuoti a perdere”, cui “ogni forma di pietismo sarebbe soltanto inutile, senza contare che si farebbe un torto anche alle vittime delle loro azioni e il dolore delle vittime è da tenere sempre ben presente”. Le voci di chi ha ucciso e di chi porta dentro un dolore incancellabili, i parenti delle vittime, aprono un confronto e una riflessione rompendo il silenzio di "condannati a vivere lo stesso giorno all'infinito, ad abitare e a condividere una dimensione in cui drammi e miserie collettive, convivono con desideri e speranze individuali di riscatto”, aggiunge Gronchi. Un riscatto che non è solo il loro, ma che “riguarda ognuno di noi”.

Perché dargli voce? Perché come ricorda Nando dalla Chiesa, si faccia proprio il monito dell'attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, (fratello di Piersanti, ucciso dalla mafia) che ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa affermò: “La mafia vuole il silenzio, la mafia uccide anche grazie al silenzio”. Il silenzio di vite in qualche modo “segnate”, come quella di Domenico Ganci, figlio del boss Raffaele condannato proprio degli omicidi di Falcone e Borsellino, che senza cercare comprensione si racconta come un uomo convinto delle scelte fatte perché le uniche scelte possibili: “Giudico la mia coscienza 'pulita' – afferma – perché ho inseguito tutto ciò che ho visto fare dai miei genitori. Ciò che per loro era giusto lo era e lo è ancora per me”. Una sorta di percorso obbligato da una storia già scritta che deve poter essere invece riscritta per quei ragazzi che non sembrano avere altra via d'uscita.

Tra le testimonianze raccolte dalla Trentini anche quelle di due degli assassini del giovane Livatino (nella foto a destra), freddato mentre andava a lavoro il 21 settembre del 1990 e per cui è oggi in corso il processo di beatificazione di cui ci parla l'unico parente, don Giuseppe Livatino, nonché postulatore della causa che racconta aneddoti. All'epoca 38enne, il “giudice ragazzino” privo di scorta perché non voleva mettere in pericolo la vita di padri di famiglia, rivive anche attraverso le voci di chi, per lui, non ebbe alcuna pietà. Accade con Domenico Pace e la lettera olografa scritta a Papa Francesco e consegnata alla Trentini “per raccontare chi ero e chi penso di essere oggi”. Accade anche Gaetano Puzzangaro, “a Musca”, esecutore materiale del brutale assassino che racconta le sue “sciagure scelte” affermando di avere “il dovere morale di espormi come esempio fallimentare per tutti quei giovani che pensano di trovare nella criminalità organizzata eroismo, successo, soldi facili, rispetto”.


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