Mattarella: 'Libertà di stampa grande valore'. Oggi flash-mob Fnsi in tutta Italia

L'attacco frontale ai giornalisti e alla stampa in generale ("infimi sciacalli", "pennivendoli", "puttane"), portato dal Movimento 5 Stelle - attraverso le parole del vicepremier Luigi Di Maio e dell'ex deputato Alessandro Di Battista - dopo l'assoluzione in primo grado del sindaco di Roma Virginia Raggi per falso ideologico (i tre grillini nella foto qui sotto a destra), viene respinto (sia pure in forme diverse) dalle istituzioni, a cominciare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella (nella foto d'apertura, saluta i rappresentanti della stampa, da sinistra, il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti, quello dell'Ordine Carlo Verna e il segretario Fnsi Raffaele Lorusso). Cosa che però non spaventa i grillini che rilanciano, a fine giornata col portavoce del premier Rocco Casalino (giornalista professionista), come sia stato "giusto denunciare", da parte di Di Maio "la propaganda partitica di alcuni giornali". Una vicenda che sembra aver toccato ancora una volta un nervo scoperto dei grillini, da sempre - basta ricordare il "vorrei mangiarvi per vomitarvi" detto da Beppe Grillo ai giornalisti - con un rapporto difficile e controverso con la stampa. E che stamane porterà in piazza i giornalisti italiani con flash mob in tutte le città dalle 12 alle 13, promossi da Fnsi e Ordine dei Giornalisti.
Per Mattarella la libertà di stampa ha "un grande valore" perché "anche leggendo cose che non si condividono, anche se si ritengono sbagliate, consente e aiuta a riflettere. Al mattino - ha aggiunto - come prima cosa leggo i giornali: le notizie e i commenti, quelli che condivido e quelli che non condivido, e forse questi secondi per me sono ancora più importanti. Perché è importante conoscere il parere degli altri, le loro valutazioni". Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente della Camera pentastellato Roberto Fico, che ha ricordato che "c'è la Costituzione" e che "la libertà di stampa è tutelata e sarà tutelata fino alla fine", smarcandosi ancora una volta dagli amici del suo Movimento.

La prima formazione politica italiana (che, secondo i sondaggi, perde consenso a favore dell'alleata di governo Lega) non perde però l'occasione per ribadire le critiche alla stampa e attraverso Casalino, potente (e sicuro punto di riferimento per tutta la comunicazione pentastellata) portavoce del premier Giuseppe Conte, ha sostenuto l'attacco di Di Maio. "Io più che porre l'attenzione sul linguaggio" dei giornalisti - ha detto - "porrei l'attenzione sulla critica che fanno. C'è quasi una sorta di propaganda partitica da parte di alcuni giornali ed è giusto che Di Maio come capo politico e Di Battista come libero cittadino lo possano denunciare. Con un linguaggio forte".
La posizione del leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini (giornalista professionista pure lui), lascia però intendere come, ancora una volta, la consonanza con i grillini non sia assoluta. "Io faccio il giornalista - ha detto ieri - e apprezzo la libertà di pensiero e di critica" e quindi "solidarizzo con chi fa bene il suo lavoro ma non con quelli che applicano il pregiudizio e non la notizia". Perché "a volte non c'è informazione ma pregiudizio da cinque mesi contro questo governo, contro la Lega e contro di me". Sembra essere invece cauta Elisabetta Casellati, presidente del Senato, secondo la quale le fake news (le bufale) ormai sono "una vera e propria arma politica". Aggiungendo però che il "giornalismo parlamentare ha rappresentato nella nostra storia nazionale" un "pilastro della democrazia liberale". Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (giornalista professionista pure), che si è detto "fiero di essere un giornalista" e di "non condividere le vergognose affermazioni, gli insulti rivolti ai giornalisti da esponenti del governo italiano. Difendo la libertà di stampa in tutta Europa". Non del tutto allineata con i colleghi Di Maio e Di Battista è sembrata essere Roberta Lombardi, primo capogruppo alla Camera grillino nella scorsa legislatura e candidata (sconfitta) alla presidenza della Regione Lazio. "Se definirei il giornalista una puttana o un pennivendolo? Non mi permetterei di definirlo né in un maniera né nell'altra", ha detto nel corso di una trasmissione aggiungendo che "sicuramente la categoria negli anni non ha brillato per equidistanza nei confronti di tutte le forze politiche né per volontà di dare un'informazione obiettiva". Dura e diretta invece la reazione del presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, Alberto Barachini (Forza Italia) secondo il quale "le accuse ai giornalisti formulate negli ultimi giorni da diversi esponenti del M5S sono infamanti e non possono essere accettate in una moderna democrazia". Tali accuse, ha aggiunto, "acquistano una particolare gravità se provenienti da soggetti che rivestono cariche governative". Una risposta diretta a Barachini arriva dal senatore (e giornalista professionista) Gianluigi Paragone, capogruppo dei 5 Stelle in Commissione di Vigilanza. In Rai, ha sostenuto, "sono tutti raccomandati, a partire dal direttore generale. Ci lavora solo chi si prostituisce e chi è di sinistra, così parlava Silvio Berlusconi nel 2007. Senza dimenticare l'editto bulgaro che fece fuori dal servizio pubblico giornalisti come Michele Santoro ed Enzo Biagi e il comico Daniele LuttazziCertamente non accettiamo lezioni da un partito che attraverso il proprio leader ha trattato l'informazione in questo modo". Sulla stessa linea di Barachini è naturalmente il collega di partito Giorgio Mulè, deputato e portavoce dei gruppi azzurri di Camera e Senato (ex direttore del settimanale "Panorama"). "Affermare e confermare senza vergogna che la stragrande maggioranza dei giornalisti sono 'Infimi sciacalli, cani da riporto di mafia capitale, inviati speciali del potere costituito, corrotti intellettualmente e moralmente - ha rilevato - significa bestemmiare l'articolo 21 della Costituzione, equivale a pronunciare una minaccia che ci riporta per assonanza e identità di espressione al baratro della barbarie che appartiene alla feccia dell'umanità e cioè a mafiosi e camorristi".
Il Partito Democratico, dal canto suo, ha sostenuto che "agli esponenti del M5s non serve venire in Parlamento a sciacquarsi la bocca contro la violenza, quando invece usano quotidianamente la violenza verbale. Noi difendiamo sempre l'articolo 21 della Costituzione e non accettiamo questi toni da squadristi del 1919 o da Repubblica del Carnaro". Sempre per il Pd il capogruoppo al Senato Andrea Marcucci ha raccontato che "il capogruppo M5S di Palermo Ugo Forello (nella foto qui sopra è a sinistra con Grillo, ndr) critica Di Maio per le offese ai giornalisti. Dopo 24 ore viene immotivatamente rimosso. Chi dissente è fuori. I Cinque Stelle fondamentalmente sono una setta, tra le più rigide e impenetrabili". Infine, ci sono stati gli interventi di organismi di rappresentanza dei giornalisti. Il presidente dell'Ordine dei giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli, al quale è iscritto come pubblicista Di Maio ha assicurato che sulle dichiarazioni rilasciate dopo l'assoluzione del sindaco di Roma "seguiremo la normativa vigente e dopo le numerose segnalazioni giunte gli atti saranno trasmessi al Consiglio disciplina regionale, così come previsto dalle norme".
L'Associazione della stampa parlamentare, dal canto suo, "crede che una società sana e democratica abbia come fondamento un'informazione libera. Gli attacchi alla stampa, da qualsiasi parte politica arrivino, non possono che rafforzare queste nostre idee e convinzioni. Ciò riguarda tutti i giornalisti ma soprattutto chi, come noi in tale frangente, è particolarmente esposto a questo genere di attacchi che hanno ormai superato ogni limite di volgarità, sconfinando dal terreno della normale critica. Il fatto che arrivino da esponenti con responsabilità di governo rendono questi episodi ancora più gravi".

 

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