Nidi, Guerra: “Pochi investimenti e forte squilibrio tra le regioni”

“L’attuale governo ha scelto di partire dall’edilizia scolastica, e va benissimo. Matteo Renzi ha anticipato che anche gli asili nido saranno un punto importante del mandato. Staremo a vedere”. A parlare è Maria Cecilia Guerra, docente dell’Università di Modena, sottosegretario del Ministero del Lavoro con Mario Monti e viceministro al Welfare con Enrico Letta, oggi senatrice del Pd. La questione dei nidi e della formazione dei bambini da zero a sei anni è un argomento che le sta particolarmente a cuore: “Due sono i dati da registrare: un’insufficienza generale legata ai pochi investimenti fatti rispetto alla media degli altri Paesi Ocse e un fortissimo squilibrio tra le diverse Regioni”. Secondo la Guerra, i nidi sono stati falcidiati dal federalismo: “Il Governo Berlusconi ha azzerato i finanziamenti centrali, lasciando che fossero i Comuni i soggetti principali chiamati a farsi carico dei problemi dei nidi. I governi successivi, Monti prima e Letta poi, hanno tentato di risalire la china, ma l’impresa non è semplice. I nidi non rientrano nella scuola dell’obbligo: anche per questo, vivono di molte meno garanzie”. La Guerra ricorda come l’ultimo piano di azione in questo senso sia stato quello del Governo Prodi messo in atto tra 2007 e 2008, che stanziava un miliardo di euro da utilizzare in tre anni: “Effettivamente, l’accesso a livello nazionale passò dall’11,4% del 2004 al 13,5% del 2011, ultimo dato Istat disponibile. Ciònonostante non sono state soddisfatte le percentuale del 33% che il piano si era imposto”. Un ulteriore intervento rivolto al triennio 2013/15 è stato quello del governo Monti: “Gli effetti devono ancora farsi sentire, ma arriveranno. Si tratta di 400 milioni di euro dedicati allo sviluppo dei servizi per la prima infanzia nelle cosiddette regioni della convergenza, Puglia, Calabria, Campania e Sicilia, in un’ottica di riequilibrio. Ci vuole, però, tempo, perché non tutti i territori sono immediatamente pronti a partire con i lavori”. L’ex sottosegretario chiede una nuova prospettiva, che porti a considerare i nidi bene comune, un investimento che interessa tutta la società. Nido inteso come ‘custode’ dei bimbi in grado anche di facilitare la vita alle mamme; come fautore dell’integrazione e della coesione sociale; come investimento precoce per contribuire alla valorizzazione di un capitale sociale umano soprattutto se rivolto alle famiglie più svantaggiate; come costruttore delle personalità. “Per questo, il pubblico deve potenziare l’accesso a questi servizi. Deve essere fortissimo il suo impegno, deve garantire elevati standard qualitativi, tutelare le pari opportunità, ricercare forza lavoro al giusto prezzo. Poi, certo, può affidare la gestione di alcune realtà al privato in un’ottica di razionalizzazione dei costi; può appoggiare sistemi di welfare aziendale aperto anche agli altri bambini. Tutto deve, però, partire da lì, dai finanziamenti pubblici”. In linea con la posizione della Guerra, anche Laura Branca, giornalista di "Bologna nidi": “Partiamo da un presupposto: i servizi educativi rivolti all’infanzia sono in grossa crisi. Primo: né il grande pubblico né la classe politica sono interessati al tema. Secondo: mancano investimenti economici e mancano risorse, per questo i servizi stanno chiudendo. Infine: i vincoli normativi imposti ai principali gestori ne impediscono la gestione”. Le cause, insomma, secondo la Branca sono da individuare nel patto di stabilità e nei vincoli imposti dalla "spending review" a livello nazionale: “I singoli comuni, con i loro diversi colori politici, non riescono a tenere aperto il pubblico. A Roma non ci sono più supplenti: possono chiamarti per dirti di andare a prendere tuo figlio alle 14 perché poi nessuno può più tenerlo. Tra Parma e Novara, moltissimi nidi sono stati chiusi per il continuo aumento delle rette. Numeri precisi non ne esistono, dobbiamo aspettare la prossima rilevazione Istat di luglio. Lo Stato che fa? Passa la palla ai privati”.

 

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