Lotta a falsi invalidi e limiti reddituali: così governo vuol risparmiare su disabili

Si aggiungono dettagli alla proposta, non ancora ufficiale, che il commissario Carlo Cottarelli avrebbe in mente per reperire risorse da destinare alle riforme del governo. In particolare, per quel che riguarda le indennità destinate alle persone disabili, si torna a parlare di graduazione in base al reddito.

Nel dettaglio, per il riconoscimento del beneficio economico, sarebbe richiesto un reddito individuale inferiore ai 30mila euro, o un reddito familiare inferiore ai 45mila. Se ne ricaverebbero 100 milioni nel 2015, il doppio nel 2016, applicando la misura solo alle nuove pensioni. Non è escluso che il provvedimento possa entrare in vigore con valore retroattivo, andando così a colpire anche chi già beneficia di una pensione: nel caso di redditi superiori alle soglie eventualmente stabilite, quindi, le indennità sarebbero annullate. Non soltanto lotta ai falsi invalidi, allora, come aveva lasciato intendere il sottosegretario Graziano Delrio, ma tagli alle indennità, come aveva sospettato e denunciato nei giorni scorsi la Federazione italiana superamento dell'handicap (Fish). O meglio, l’una e l’altra: da una parte repressione degli abusi, tramite un nuovo piano di controlli e verifiche, dall’altro riduzione dei benefici economici concessi alle persone disabili, in base al reddito personale e familiare. Entrambe le proposte non piacciono affatto a Carlo Francescutti, esperto di valutazione e classificazione internazionale delle disabilità, dirigente all'Agenzia regionale della sanità della Regione Friuli Venezia Giulia, membro dell'Osservatorio nazionale sulla disabilità e fra i partecipanti al gruppo di lavoro sul tema alla Conferenza nazionale di Bologna del luglio scorso. Inutili i controlli straordinari. “E’ scoraggiante e deludente vedere riproposto un sistema di controlli straordinari che ha già ampiamente dimostrato la sua inutilità. Il paradosso è che i falsi invalidi sono stati certificati da commissioni medico legali: quelle stesse a cui poi affidiamo i piani di controllo. E’ forse il quinto governo che ritiene questa la via maestra per risolvere il problema delle risorse, ma credo ci siano le prove per dimostrare che questi controlli straordinari costano più della quota eventuale di risparmio. Peraltro – aggiunge Francescutti – i grandi casi di abuso vengono scoperti dalle Forze dell’ordine, non certo dalle commissioni. Questa stagione va chiusa, per lasciare il posto a un ripensamento generale del sistema di accertamento, sulla base di quanto indicato nel Piano d’azione presentato e condiviso alla Conferenza di Bologna. La revisione di questo sistema deve essere una priorità assoluta per un governo del cambiamento come vuole essere l’attuale”. Cosa c’è che non va nell’attuale sistema di accertamento? E come dovrebbe essere riformato? “Oggi – spiega Francescutti – le commissioni vedono le persone per circa tre minuti: sono loro a generare il problema, che poi si cerca di risolvere con i controlli straordinari. Innanzitutto occorre quindi semplificare l’iter di verifica: oggi le persone con disabilità devono passare almeno per quattro o cinque livelli di valutazione, tutti con una caratterizzazione non clinica assistenziale ma medico-legale e amministrativa. Manca completamente l’idea di costruire un progetto, volto alla capacitazione della persona disabile, mentre si punta tutto sui trasferimenti monetari. Un pensiero povero, miope, che spende gran parte delle risorse in forme compensative e non progettuali”. Il secondo pilastro dell’auspicata riforma del sistema di accertamento è quindi “la costruzione progettuale che dovrebbe essere alla base del sistema: questo passa anche per una ridefinizione dei livelli di responsabilità, dal nazionale (Inps, ndr) al regionale (Asl, ndr). Ovvio che debbano esistere regole generali, stabilite a livello centrale: ma le applicazioni devono poi avvenire in modo decentrato, a livello di servizi”. Infine, occorre “superare il concetto puramente menomativo della disabilità: oggi vengono valutate e accertate solo le menomazioni, mentre i livelli di bisogno non sono legati solamente a queste”. Anche per quanto riguarda l’eventualità di una gradazione dei benefici economici in base al reddito, Francescutti non nasconde il proprio scetticismo. “In sé, il principio della gradazione non è sbagliato, ma questo deve essere calato dentro un sistema di riforma, in cui siamo ben certi del modo in cui valutiamo. E poi la domanda fondamentale è: dove andrebbero le risorse che si ricaverebbero da questa gradazione? Se servissero a rinforzare i servizi ricevuti da persone che oggi ricevono risorse inadeguate ai bisogni, allora sarebbe accettabile”. Non dimentichiamo infatti che, come esistono certamente abusi, allo steso modo e forse in misura anche maggiore esistono tanti che ricevono molto meno di ciò che spetterebbe loro di diritto, in termini di risorse e servizi. “In questo caso, però, pare che le risorse sarebbero drenate da un settore già povero, come è il welfare, per trasferirle su altri settori: così si cerca solo di risparmiare sulle spalle delle persone disabili. Questo è inaccettabile”.
In conclusione, “pare che il piano d’azione sulla disabilità sia completamente ignorato dal governo: si rischia quindi di compiere un grande passo indietro. E’ deludente e offensivo per la dignità delle persone con disabilità che questo tema sia derubricato come contrasto agli abusi: occorre aprire uno spazio di riflessione politico su tutto questo”.

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