Venezuela, 28 morti. Maduro accerchiato dal mondo minaccia uscire da Osa

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Mentre nelle strade del Venezuela proseguono le proteste contro il presidente Nicolas Maduro, il governo chavista di Caracas hanno annunciato la decisione di ritirare il Paese dall'Organizzazione degli Stati americani (Osa), accusata di "ingerenza" negli affari interni dopo aver convocato una riunione straordinaria per discutere della crisi in corso. Come se non bastassero i morti per le strade, ieri si sono verificati violenti scontri fra bande rivali in una prigione del Venezuela orientale che hanno provocato 12 morti e 11 feriti, fa sapere il governo. Un portavoce del Ministero dei Penitenziari, che ha fornito il bilancio, ha detto che nove vittime sono morte per ferite da arma da fuoco.

Intanto, anche le manifestazioni di ieri nella Capitale - quella degli oppositori al governo di Maduro e dei sostenitori del presidente - sono sfociate in violenze che hanno fatto altri due morti, portando il bilancio complessivo a 28 vittime in tre settimane di proteste. La procura, inoltre, ha annunciato ieri, che 437 persone sono rimaste ferite nello stesso periodo e 1289 persone sono state arrestate.

"Domani presenteremo una protesta davanti l'Osa e lanceremo un processo che richiederà 24 mesi" per fare uscire il Paese da questo organismo regionale che ha base a Washington (Stati Uniti), ha annunciato il capo della diplomazia venezuelana Delcy RodriguezL'Osa - il cui segretario generale, l'uruguayano Luis Almagro (ex ministro del governo di sinistra del presidente José "Pepe" Mujica, nella foto d'apertura con Maduro a sinistra e Almagro al centro in tempi più sereni fra i tre) aveva definito il presidente venezuelano "un dittatore" - s'è riunita ieri per convocare un mini-summit dei ministri degli Esteri del continente sulla crisi regionale, senza precisarne la data. La Rodriguez aveva già minacciato di portare il Venezuela fuori dall'organizzazione nel caso in cui il summit fosse stato convocato.

Anche il Governo italiano segue con preoccupazione la delicata situazione nel Paese sudamericano dove vivono tanti connazionali e oriundi, molti dei quali trasferitisi in Italia per la situazione. "Le manifestazioni non possono essere fermate con la forza", ha detto il nostro ministro degli Esteri Angelino Alfano, sottolineando che l'Italia sta "tentando di aiutare i tanti connazionali e le aziende italiane" presenti nel Paese sudamericano. "La situazione in Venezuela è pericolosissima. Maduro sta provocando una guerra civile. Oramai ogni giorno ci sono decine di morti provocati dalla repressione", ha aggiunto con una nota Fabrizio Cicchitto, (di Alternativa popolare come Alfano) e presidente della Commissione Esteri della Camera.
Migliaia di persone in marcia hanno chiesto anche la destituzione del Tribunale supremo e la convocazione di elezioni immediate.

Di contro, per non perdere il controllo delle strade, i chavisti hanno convocato una contro-manifestazione culminata davanti al Palazzo presidenziale di Miraflores, in "difesa della pace" e a sostegno di Maduro che ha chiesto la ripresa dei negoziati con l'opposizione, manifestando l'intenzione di confermare elezioni locali senza però menzionare un voto a livello presidenziale. "C'è una pressione enorme della comunità internazionale per un negoziato politico tra opposizione e governo. Ma non credo sia possibile ottenere elezioni generali" anticipate, ha detto all'agenzia Afp l'analista Carlos Raul Hernandez.

Amnesty international ha chiesto oggi al governo di "fermare" la "persecuzione" e le "detenzioni arbitrarie" degli esponenti di opposizione, mentre Reporter senza frontiere ha posizionato il Venezuela al 137mo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. Numerosi attivisti per i diritti umani hanno riferito che oltre mille persone sono state arrestate nei recenti disordini e più di 700 sono ancora detenute.

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