Medici penitenziari: il 60-80% dei detenuti italiani è malato. Con la Asl è peggio

Il 60-80% dei detenuti italiani è malato. Il dato allarmante emerge dal convegno della Società italiana di medicina penitenziaria (Simpse) in corso a Roma al Convento di Santa Maria sopra Minerva. La perdita della salute sembra essere, dunque, una pena accessoria oltre quella della perdita di libertà personale.

La situazione è addirittura peggiorata da quando la responsabilità della salute dei detenuti è passata dal Ministero di Grazia e Giustizia alle Asl locali. Quelle infettive sono la metà delle patologie diagnosticate, a causa della presenza di soggetti a rischio come i tossicodipendenti, che sono il 32% del totale, ma anche il sovraffollamento, che favorisce i contagi e l'assenza di controlli sistematici. I medici penitenziari confessano di non essere a conoscenza delle dimensioni esatte del fenomeno. "Questi numeri derivano da nostre stime - spiega Sergio Babudieri, presidente della Simpse  - non esiste, infatti, un osservatorio epidemiologico nazionale, che noi chiediamo e solo due Regioni hanno attivato quello regionale. Il risultato è che probabilmente i dati sono sottostimati, anche perché molti dei detenuti non sanno di avere una malattia o non vogliono saperlo per non apparire indeboliti". Oltre i tossicodipendenti, il 27% dei detenuti ha un problema psichiatrico, il 17% ha patologie osteoarticolari, il 16% cardiovascolari e circa il 10% problemi metabolici e dermatologici. L'epatite C è la malattia infettiva più frequente (32,8%), seguita dalla tubercolosi (21,8%), Epatite B (5,3%), Hiv (3,8%) e sifilide (2,3%). I medici del settore chiedono di riformare la legge del 2008 che ha trasferito le competenze alle Asl, e, quindi di istituire l'osservatorio e migliorare la formazione dei tre-quattromila operatori sanitari carcerari. "Per l'osservatorio devono muoversi Governo e Parlamento - ha precisato Fabrizio Olearipresidente dell'Istituto superiore di Sanità - che ha le competenze e le possibilità ed è ovviamente disponibile". Il problema non riguarda solo il carcere al suo interno, che conta 60mila ospiti forzati ed è notoriamente in sovraffollamento, ma anche l'esterno che vi entra in contatto tutti i giorni anche per via del fatto che diversi detenuti sono in semilibertà.

"E' anche vero che molti detenuti marcano visita millantando patologie che non hanno per poi scoprire, invece, di averne altre consolidate  - spiega Valeriano Santurbano (foto), dal 2004 medico responsabile del carcere "San Donato" di Pescara dove lavora dal 1997 - Appena entra, dopo la visita medica di routine, diamo subito al recluso la facoltà di effettuare uno screening ematochimico di controllo per valutare la sua condizione fisica all'ingresso ma il 30% circa rifiuta perché la salute è l'ultimo dei pensieri che ha chi viene arrestato". Santurbano conferma che anche a Pescara da quando la gestione è passati all'Asl la situazione non è migliorata e rivela pure una questione ancora aperta a distanza di sei anni dalla riforma: "I nostri infermieri e i medici specialisti sono tutti diventati dipendenti della Asl - prosegue - mentre noi medici incaricati e provvisori siamo tutti ancora contrattualizzati come esterni come ai tempi del Ministero di Giustizia. Siamo, in sostanza, liberi professionisti che fanno un lavoro a tutti gli effetti subordinato e di responsabilità. Il paradosso è che abbiamo pure la 13ma, l'indennità di malattia fino a due mesi e 30 giorni di ferie l'anno come tutti i dipendenti. A Pescara, dove ci sono attualmente 300 detenuti, sono sei colleghi che si alternano alla guardia medica più un dottore del Sert per le tossicodipendenze".

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