Venezuela, Guaidò ammette errori in rivolta ma valuta su aiuto esercito Usa

Il leader dell'opposizione venezuelana e presidente ad hinterim Juan Guaidó ha ammesso che sono stati commessi errori, anche di calcolo, nel tentativo di rivolta militare contro Nicolas Maduro e non ha escluso un'opzione militare americana al fianco delle forze locali, un'eventualità che, comunque, sarebbe messa al voto in Parlamento a Caracas (presieduta da Guaidò dove l'opposizione al regime chavista detiene i due terzi dell'Assemblea e perciò esautorata dei suoi poteri), si legge nell'intervista rilasciata al quotidiano "The Washington Post".

"Forse abbiamo bisogno di altri soldati e forse di altri ufficiali del regime che sostengano (la rivolta) e la costituzione", ha detto Guaidò (nella foto d'apertura, con uno dei pochi militari che lo riconosce) in un'intervista esclusiva al giornale statunitense. Se il consulente per la sicurezza nazionale Usa John Bolton offrisse un intervento militare americano, Guaidò risponderebbe: "Caro amico Bolton, grazie per tutto l'aiuto dato alla giusta causa. Grazie per l'opzione, la valuteremo e la discuteremo probabilmente in Parlamento per risolvere la crisi. Se sarà necessario forse la approveremo". Ma, ha sottolineato, "è importante che gli alleati come gli Stati Uniti" stiano valutando l'intervento militare.
"Penso che ci siano molti soldati venezuelani che vogliono mettere fine (alla guerriglia di sinistra) e aiutare gli aiuti umanitari a entrare e che sarebbero felici di ricevere cooperazione per mettere fine all'usurpazione". Guaidó - che milita nel partito Voluntad Popular aderente all'Internazionale socialista che disconosce il Psuv di Maduro - ha, poi, cercato di minimizzare le divisioni interne delle opposizioni (riunite nella Mud): "C'è assoluta unità. Come è ovvio ovunque esistono divisioni su alcune cose specifiche, ma credo che una causa singola ci unisca, non soltanto come opposizione ma anche come società civile".

Se la comunità internazionale chiede di riaprire il dialogo con Maduro, Guaidò risponde secco: "Sedersi a un tavolo con Maduro non è un'alternativa. E' accaduto nel 2014, nel 2016 e nel 2017. La fine dell'usurpazione è una precondizione di qualsiasi possibilità di dialogo".

Pur ammettendo di aver fatto degli errori nell'"Operazione libertà", Guaidò ha sottolineato che questa ha mostrato che Maduro è più debole di quanto si pensi e il presidente non ha ordinato l'arresto di Guaidò, perché, ha ribadito il leader dell'opposizione, "è spaventato".

Intanto, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo (nella foto a destra col suo omologo russo Sergej Lavrov) ha lanciato oggi un appello diretto ai venezuelani affinché caccino Maduro, affermando che "il momento della transizione è ora". In un videomessaggio, Pompeo ha detto ai venezuelani: "Voi potete portare le vostre istituzioni, il vostro esercito e i suoi leader agli standard più alti e chiedere un ritorno alla democrazia". Ma il popolo antichavista, pur essendo stramaggioranza nel Paese non ha armi e ha già perso troppe vite umane in piazza in questi anni. Anche per questo l'"Operazione ibertà" è fallita (oltre ad aver fatto altri morti e feriti): la piazza ha paura. Maduro ha già invitato le sue truppe a essere pronte per un'eventuale azione militare degli Stati uniti, forte anche della presenza dei militari russi e cubani sul suo territorio. Insomma, siamo tornati ai tempi della guerra fredda, fra Usa e Russia (ex Urss). Il rischio è che, per colpa di Maduro, si scateni una terza guerra mondiale, col rischio che anche il regime cubano, già provato dalla riattivazione totale dell'embargo Usa, venga coinvolto nell'azione bellica.

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