La storia di Ronny: ha la famiglia in Italia, ma deve tornare in Albania

L’assurda macchina dei Cie. Nei Centri d'identificazione ed espulsione vengono rinchiusi anche italiani di fatto, insieme ai migranti irregolari in attesa di rimpatrio. E’ il caso di Ronny, 21 anni, cresciuto in Italia dall’età di tre anni, che parla con l’accento toscano e ha tutta la famiglia nel nostro Paese. Ronny (foto) è attualmente rinchiuso nel Cie di Bari perché deve essere “identificato”, come se fosse un immigrato irregolare di cui non si conosce l’identità. Il ragazzo, finito nel Centro in seguito alla perdita del permesso di soggiorno a causa di reati commessi da minore, fa sapere: “Sono pulito da cinque anni, ho scontato tutto e da un anno e mezzo sono fuori dal carcere, senza altri problemi - e aggiunge - Senza contratto non mi danno il permesso di soggiorno, ma senza permesso non posso avere un lavoro. La mia famiglia è qui, i miei cugini sono sposati con italiani, ho uno zio che ha il bar a Lucca e uno che fa il tecnico informatico a Milano. Mio fratello è cittadino italiano. Sono cresciuto qua, se mi mandano in Albania mi mandano in un paese straniero, sono sette anni che non ci metto piede”. La burocrazia dell’identificazione può essere molto lenta (fino a 18 mesi). “E’ possibile che dando un’interpretazione restrittiva della norma, per esempio se la persona non ha rispettato l’ordine di lasciare il territorio nazionale, la polizia possa affermare in questo caso di avere rispettato le regole trattenendo il ragazzo – spiega Salvatore Fachile, avvocato esperto d'immigrazione – ma l’applicazione della legge deve anche essere ragionevole e in questo caso è chiaro che non lo è. Dentro i Cie non possono stare persone che hanno forti radici in Italia, questo è assurdo, per quanto potrebbe essere legale”.

 

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