Lo spagnolo "El Pais" torna a occuparsi della Kyenge e delle aggressioni razziste

Le contestazioni al ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge fanno ogni volta il giro del mondo. L'Italia è criticata nel globo anche per questo suo lato razzista che, come tante altre cose che ci riguardano, risulta incomprensibile in altri paesi del mondo occidentale. Come per esempio la vicina Spagna.

"El Pais", il principale quotidiano spagnolo, è tornato a occuparsi nell'edizione internazionale delle aggressioni verbali che subisce il primo ministro nero della storia italiana da parte della Lega Nord, che viene definito "partido xenofobo". Secondo il quotidiano "L’Italia ha un problema. Un brutto problema, probabilmente il peggiore dei problemi - scrive  - Il suo ministro per l’integrazione, Cecile Kyenge, una donna di 49 anni, madre di due figlie, oculista di professione, da otto mesi è attaccata e insultata con una violenza inaudita: per strada, in Parlamento, sulla stampa e in televisione. Ma non per le sue idee politiche di centrosinistra. Neppure perché cerca di dare ai figli degli immigrati nati in in Italia il diritto alla cittadinanza (lo ius soli) o perché esige l’abolizione di una legge (la Bossi Fini) approvata da Silvio Berlusconi con i suoi amici xenofobi della Lega Nord, che trasforma automaticamente in delinquenti gli immigrati irregolari. No. I responsabili della Lega Nord, sotto lo sguardo passivo di buona parte della politica e della società italiana, paragonano il ministro Kyenge a un orango, le lanciano banane o pianificano una continua aggressione semplicemente perché è di colore".

Alla domanda Cosa prova quando le vengono rivolti attacchi razzisti tanto frequenti e pesanti?, la Kyenge risponde: "Ovviamente mi feriscono, ma la grandezza di ognuno di noi sta nel saper guardare oltre, al futuro. Sono convinta che tutti questi attacchi non solo siano finalizzati a distruggere la persona, ma sono fatti col proposito di compromettere e mettere a rischio il futuro dell’Italia, la società del futuro. Se ho ben chiaro che il mio obiettivo è quello della diversità, allora è possibile superare questi momenti così duri. E’ chiaro che sono stati otto mesi molto difficili, che hanno influito anche sulla mia vita privata, ma gli attacchi non mi hanno mai colpita così tanto dal costringermi a pensare di abbandonare i miei obiettivi". Il giornalista spagnolo le chiede se non ha mai pensato di dimettersi anche per il fatto che reputa la difesa dei suoi compagni di partito "timida". La ministra originaria del Congo eletta deputata nel Pd spiega che "non vale la pena di lasciare. Da quando ero bambina non mi sono mai fatta distogliere dal mio obiettivo. Volevo diventare un medico e ho fatto tutto ciò che dovevo fare, fino ad andarmene dal paese dov’ero nata, finché non ci sono riuscita. In tutte le decisioni che ho preso nella mia vita, per quanto difficili, avevo ben in mente un obiettivo, mettendo al centro il rispetto per gli altri. Perciò, tutto ciò che è successo dal momento della mia nomina – insulti, provocazioni – lo prendo come un modo per distogliere l’attenzione. Vogliono distrarmi dall’obiettivo principale, che è quello di far capire alla società italiana che la diversità è ricchezza, che non dobbiamo aver paura dell’altro. Gli intolleranti vogliono farci credere il contrario, vogliono confonderci, ma dobbiamo aver la forza di non permettere che questo accada". 

Ha deciso di andar via dal Congo per cercare un futuro migliore - è la domanda successiva - e pensava di trovarlo in Italia. Quest’ Italia che insulta un ministro di colore, quest’Europa nella quale crescono i populismi, assomiglia a quella dei suoi sogni? "Chiaramente sto vivendo momenti molto duri che non avrei mai immaginato. Però non per questo posso dire che l’Italia sia razzista, perché nessuno nasce razzista. Per questo motivo è fondamentale che allontaniamo questi fattori estremi di intolleranza che fanno in modo di isolare le persone dalla via della convivenza per far loro prendere quella della xenofobia. Dobbiamo arrivare a un’Italia e un’Europa migliori, ed è proprio l’obiettivo che stiamo portando avanti con la 'Dichiarazione di Roma', che abbiamo sottoscritto con altri 17 paesi per arrivare a un patto contro la xenofobia e il razzismo nel 2014-2020, a favore della multiculturalità, per mettere la diversità al centro di tutto". "El Pais" vuol sapere se la Kyenge ha sofferto il razzismo anche come medico: "All’inizio sì - è la risposta - Ma il rifiuto poco a poco svaniva quando la gente iniziava a conoscere il mio modo di relazionarmi con loro, la mia professionalità. La mia assenza di paura. Questo è importante. Non bisogna avere né pregiudizi né paura". 

Neppure dopo gli insulti della Lega Nord che la incolpano di essere la causa di tutti i mali dell’Italia? "Mi attribuiscono tante colpe! - spiega la Kyenge - Però, invece di farmi sentire debole, rafforzano la mia identità. Ho scelto l’Italia per vivere, ma la mia identità è multipla e sto bene così. Mi incolpano di essere nera, donna e straniera. Addirittura di una quarta cosa: di aver studiato. Questa (esclama sorridendo) sì che è una colpa terribile! Perché secondo gli stereotipi dovrei stare in casa a pulire e fare figli. Il fatto che non lo faccia gli sembra imperdonabile". 

La sua priorità è il diritto alla cittadinanza italiana dei figli degli immigrati e l’abolizione del reato di clandestinità, ma una parte del Governo di coalizione si oppone. E’ riuscita ad ottenere qualcosa? Crede che riuscirà a raggiungere l’obiettivo? Risposta: "Per me la prima soddisfazione è che non sia sia trattato solo di una discussione politica. Mai come in questi otto mesi si è parlato di tutto ciò dappertutto. Nei bar come in Parlamento si è discusso della cittadinanza. Questa presa di coscienza da parte di tutti ci porterà a capire che non è un tema che preoccupa il ministro, ma tutta la società. Ci sono un milione di bambini nati in Italia che ancora hanno problemi d'integrazione, che si sentono discriminati fin dalla scuola. Il miglior regalo che possiamo fare ai nostri figli è di allevarli insegnando loro che siamo tutti uguali, che l’unico futuro possibile è l’uguaglianza delle opportunità. Non è un regalo solo per i figli degli immigrati". 

Come ha vissuto la tragedia di Lampedusa, nella quale hanno perso la vita centinaia di immigrati africani? "La prima cosa che ho pensato è stata che su quella barca avrei potuto esserci anch’io - risponde - Avrebbe potuto esserci chiunque di noi. Infatti, una persona cresce se riesce a vivere veramente le difficoltà e la tragedia dell’altro. Se riusciamo a viverla così, cambierà il modo in cui facciamo le leggi. Per questo motivo le dicevo che bisogna guardare alla politica d'immigrazione non come un favore, ma come una necessità. Se mi metto nei panni dell’altro e poi faccio una legge contro gli immigrati, è come se la facessi contro di me. Questa mia idea mi accompagna sempre nei momenti difficili, quando m'insultano e mi attaccano. Se fanno questo a me, lo possono fare a chiunque altro. Per questo motivo, se vogliamo combattere il razzismo o qualsiasi altro tipo di emarginazione, non c’è altro rimedio che mettersi nei panni della persona che soffre. Nella pelle dell’altro".

L'utima domanda spagnola: Si parla molto dell’immigrazione che arriva dall’Africa, ma a Prato ci sono centinaia di cinesi che vivono praticamente in condizioni di schiavitù, lavorando e vivendo in capannoni industriali per stipendi da fame… "Non succede solo a Prato e non solo con i cinesi - conclude - Il punto centrale della questione è che dobbiamo essere capaci di dare la possibilità a queste persone di denunciare le loro condizioni di schiavitù. Dobbiamo informarle su quali siano i loro diritti, dar loro la possibilità di imparare la lingua, di parlarla, di poter denunciare. Perciò bisogna investire nella mediazione culturale. Questo si può ottenere solo se le persone possiedono uno stato giuridico definito. Una persona che vive nell’invisibilità è una persona che finisce nelle mani della criminalità organizzata. Per questo le dico che non si tratta solo di Prato. Sono molti altri i posti con un denominatore comune: sono l’invisibilità. Perciò, se una persona non ha il permesso di soggiorno, la stiamo buttando nel pozzo dell’invisibilità. Bisogna anche dare loro la facoltà di tornare al paese di origine – una richiesta che molti fanno ora – o l’offerta di un cammino per l’integrazione distinto, ma senza mai consegnarli all’illegalità. Far uscire la gente dall’invisibilità è inoltre uno strumento potentissimo contro la criminalità organizzata. Bisogna salvare le persone fragili dalle mani di chi le sta sfruttando".

Nella foto, la Kyenge fra il premier Enrico Letta e il capo dello Stato Giorgio Napolitano.

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