Ue, in Italia poveri anche se si lavora e welfare inadeguato

Una significativa crescita dei livelli di povertà fra la popolazione attiva è uno dei segni più tangibili della crisi economica. Questa è una delle conclusioni principali della relazione annuale sull’occupazione presentata ieri dalla Commissione europea. Nonostante ci siano segni di una graduale diminuzione della disoccupazione, a una tale tendenza non fa riscontro una diminuzione del numero di cittadini europei che vivono in povertà. Nell’Ue, durante l’ultimo anno, solo una persona su tre è riuscita a uscire da una situazione di povertà e le stime calcolano che solo uno su due di quelli che trovano lavoro riesce a venire fuori da tale situazione.

Ciò, secondo la relazione, è dovuto a diversi fattori fra cui la qualità del lavoro trovato, il numero di ore lavorate, la polarizzazione dei salari e il gender gap, o disparità fra uomini e donne. In Italia non c’è solo un problema di disoccupazione crescente e a livelli molto alti - ha commentato Laszlo Andor (foto), commissario all’Occupazione, a margine della presentazione del rapporto - ma il fatto è che anche la povertà della popolazione attiva è in crescita. Per l’Italia, la cosa importante da fare è rendere più inclusivo il mercato del lavoro - ha aggiunto il commissario, che ha anche sottolineato come il nostro Paese sia colpito da tutti i problemi analizzati nella relazione. “Mi complimento però col ministro Enrico Giovannini - ha continuato Andor - per il modo in cui sta conducendo analisi non solo quantitative ma anche qualitative della situazione italiana, che vadano oltre i meri dati riguardanti il prodotto interno lordo e si concentrino anche su altri indicatori. In questo senso, le presidenze greca e italiana saranno di fondamentale importanza per mettere la coesione sociale e il lavoro al centro delle politiche Ue e per trarre conclusioni sul da farsi non solo a livello di Unione europea ma anche di stati membri”.

Dal 2008 l’Italia è il paese che registra il declino più elevato della situazione sociale di chi lavora, col 12% degli occupati che non ce la fanno a vivere del loro stipendio. Peggio stanno solo Grecia e Romania che però partivano da situazioni già molto più gravi. L’Italia inoltre, insieme a Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia è fra quei paesi che hanno registrato, dal 2010 a oggi, un calo degli stipendi di oltre il 5%. Italia, Irlanda e Grecia sono anche i paesi in cui si è riscontrato un aumento maggiore, in termini percentuali, delle persone in situazione di povertà: anche qui parliamo di una crescita superiore al 5% dal 2008 al 2012. In generale, come già annunciato dalla Commissione a novembre 2012, le persone in situazione di povertà nell’Unione europea sono 7,4 milioni in più rispetto al 2008, e arrivano all’incredibile numero di 125 milioni. Inoltre, l’Italia risulta fanalino di coda fra i paesi in cui è difficile ritrovare un lavoro se lo si perde. Chi rimane disoccupato, ha il 14-15% di possibilità di ritrovare un lavoro entro un anno: nessuno fa peggio. La relazione presentata conferma deboli segni di ripresa dell’occupazione nell’Ue, ma ci vorrà del tempo per rimediare ai danni che gli ultimi cinque anni hanno portato in tutta Europa, e comunque tale lieve miglioramento della situazione nell’Ue non è abbastanza per lottare efficacemente contro la povertà crescente. Il rapporto della Commissione invita i governi nazionali ad adottare politiche a sostegno dei redditi più deboli e delle famiglie e a non tagliare la spesa sociale. Infine la relazione indica che - al contrario di quanto spesso si pensa - chi riceve benefici - quando i sistemi di protezione sociale sono ben disegnati - ha più probabilità di trovare un lavoro di qualità rispetto a chi non ne riceve. Questo perché un sistema di sussidi ben congegnato incoraggia i disoccupati a cercare lavoro e, nel frattempo, li tutela a dovere e non li spinge ad accettare qualsiasi tipo di impiego. In paesi come la Polonia e la Bulgaria, rileva il rapporto, c’è una mancanza di adeguate reti di sicurezza a protezione dei disoccupati. Capitolo a parte viene dedicato alle disparità fra uomini e donne: solo nei paesi nordici e nei paesi baltici, si sottolinea, una grande percentuale delle donne ha un buon impiego, un buon salario e lavora un numero di ore sufficienti. Nel resto dell’Europa, invece, o le donne lavorano poche ore o guadagnano in media meno degli uomini o hanno lavori di peggiore qualità, e spesso, come nel caso dell’Italia, combinano tutte queste problematiche insieme.

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