'Italian job' di Maurizio Di Fazio, saggio su lavoro flessibile in era digitale

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Pescara, la sua città, è stata prima tappa di presentazione del suo libro "Italian job" (editore Sperling & Kupfer), saggio dove il giornalista Maurizio Di Fazio raccoglie una serie di inchieste, fatte sull'omonima rubrica del settimanale "L'Espresso". Una panoramica a puntate sul mondo dei nuovi lavori all'italiana, grazie a contratti sempre più flessibili (quando ci sono) frutto delle varie riforme del lavoro che si sono succedute, dal "Pacchetto Treu" fino al corrente "Jobs act". Di Fazio, affiancato dalla giornalista moderatrice Jenny Pacini (nella foto d'apertura, con l'autore del saggio), alla libreria Feltrinelli pescarese ha parlato di questa sua ultima fatica giornalistico-letteraria dove racconta un'Italia in cui si lavora anche il doppio o il triplo di prima per non perdere un posto non più fisso, e dove sono evaporate in un batter di ciglia tutele e garanzie che si pensavano acquisite per sempre. Progredisce la tecnologia, regrediscono in maniera irrefrenabile i salari e i diritti. Nessun comparto sembra risparmiato, e l'onda lunga della grande crisi cominciata ormai dieci anni fa c'entra ben poco. Dai piloti degli aerei low-cost sull'orlo di una crisi di nervi ai dipendenti controllati informaticamente di Amazon (pure per andare in bagno); dallo sfruttamento nei centri commerciali aperti anche nei giorni festivi, a quello negli ospedali, dove pure c'è il precariato. Così come nei call center per vendere questo o quel fornitore luce, gas o telefono e dove se non sei "performante" vai a casa perché l'assunzione subordinata non esiste pur essendo a tutti gli effetti un lavoro d'ufficio come tutti gli altri. Per non parlare della distribuzione a corse forsennate dei pacchi con furgoni per non inficiare i ritmi forsennati imposti da pistole-scanner e dai misteriosi algoritmi. Lavori "sporchi" assegnati in "outsourcing", in subappalto alle cooperative e alle agenzie interinali. Dall'obsolescenza programmata della manodopera alla diffusione capillare di nuove forme di caporalato.

E che dire delle corse in motorino per distribuire pizze o quelle più in voga dei "riders" (nella foto a sinistra quelli a Milano di Foodora) che consegnano a domicilio cibo cucinato, in bicicletta, "dove per guadagnare uno stipendio misero devi fare il Giro d'Italia", ha detto Di Fazio. Quasi sempre senza assicurazioni sugli infortuni e se cadi e ti fai male sono fatti tuoi. Certo, esistono le ispezioni e anche le sanzioni, come accaduto recentemente: Amazon e Ryanair sono state multate insieme a tante, troppe, aziende italiane. Di Fazio racconta le sue esperienze personali, fatte anche entrando in alcune "catene di montaggio" dell'era digitale. Aziende, dove però il contatto diretto con i lavoratori viene impedito. Salvo guadagnarselo in altro modo, come bene sa fare un giornalista come Di Fazio che ha rivelato di essere lui stesso un precario che deve avere tante collaborazioni per portare a casa uno stipendio decente. Quello del giornalismo è, infatti, il primo settore in quanto a sfruttamento dei giovani per pochi euro. Chiudiamo con la catena Mondo Convenienza - dove troviamo mobili a prezzi economici grazie allo sfruttamento di lavoratori precari - Di Fazio la ribattezza nel suo libro "Mondo Sofferenza". Basta leggere "Italian job" per capire perché.

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