Droghe leggere, Aduc pubblica su web vademecum per condannati

A seguito della sentenza della Corte Costituzionale che ha recentemente dichiarato costituzionalmente illegittima la legge nota col nome "Fini-Giovanardi", L'Aduc, in risposta a molti quesiti giunti via internet - pubblica sul suo sito web un vademecum, a cura dell'avvocato Carlo Alberto Zaina, uno dei massimi esperti italiani sulla normativa sugli stupefacenti e consulente legale dell'Associazione.

In primo luogo - si premette -si deve dire che le procedure che si andranno sinteticamente ad esporre riguardano in via esclusiva solamente le condanne – provvisorie o definitive – per condotte concernenti la cannabis e i suoi derivati. Si deve, infatti, osservare che con il ripristino della divisione tabellare fra droghe pesanti e droghe leggere, si è ritornati alla auspicata e auspicabile distinzione di pene fra le stesse, con un miglioramento per le sostanze psicoattive "leggere".

Procedure: 1) In relazione a sentenze emesse in primo grado o in grado di appello, ma non ancora passate in giudicato, l'avvocato consiglia di presentare motivi di appello o di ricorso aggiuntivi a quelli già presentati. Con tali motivi, che possono essere presentati – ai sensi del comma 4 dell'articolo 585 del Codice di procedura penale - sino a 15 giorni prima della udienza di fronte alla Corte di Appello o alla Corte di Cassazione, va richiesta espressamente l'applicazione del regime stabilito dal testo dell'articolo 73 – nella formulazione anteriore alla riforma del 2006, oggetto di dichiarazione d'incostituzionalità. Non si tratta di un'attività superflua, perché richiama l'attenzione su di una tematica inedita. Zaina ritiene, infatti, che sia consigliabile che tale deduzione venga effettuata anche nel caso in cui i motivi principali (di appello o di ricorso per cassazione) puntino alla riforma della sentenza impugnata, chiedendo l'assoluzione o, comunque, un nuovo giudizio per discutere della responsabilità dell'imputato. Se il processo dovesse pendere in Corte di Cassazione, la sentenza impugnata deve venire annullata e rinviata al giudice di appello o al giudice del patteggiamento. Ci sarà, pertanto un nuovo processo, per ricomputare effettivamente la pena.

In relazione alle sentenza che sia passate in giudicato (cioè definitive), si deve presentare una richiesta ai sensi dell'articolo 673 del Cpp, con la quale si domanda la revoca della sentenza che è divenuta inoppugnabile – cioè contro la quale si siano esaurite tutte le impugnazioni. In questa situazione si devono operare alcune distinzioni: a) Se la sentenza contempla una pena detentiva da eseguire effettivamente – perché superiore a due anni, o, comunque, non è stato concesso il beneficio della sospensione della pena – esiste un forte interesse, perché un'eventuale riduzione può permettere di fruire di benefici (sospensione condizionale e non menzione della condanna), evitando – così – l'effettiva esecuzione. La relativa istanza, ex art. 673 del Cpp, va presentata al giudice competente (quello che l'ha emessa Corte di Appello, Gup, Tribunale), prima di presentare qualsiasi altra richiesta – affidamento o detenzione domiciliare - al Tribunale di Sorveglianza, che è competente per l'esecuzione, oppure anche se sia stato già richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale, od altra misura alternativa al carcere, o, addirittura, se tali misure siano già in corso di esecuzione. Nel caso non vi sia stata alcuna decisione sull'affidamento o su altre misure alternative, può essere opportuno chiedere la sospensione del giudizio – se fosse fissata l'udienza – al Tribunale di Sorveglianza. B) Se la sentenza contempla una pena detentiva che non debba essere eseguita effettivamente – perché inferiore a due anni, o, comunque, è stato concesso il beneficio della sospensione della pena – esiste, comunque, un interesse a chiedere la revoca ex art. 673 del Cpp, perché così, una eventuale riduzione di pena permette di avere ancora a disposizione un plafond di sospensione condizionale. L'istanza va presentata al giudice competente (quello che l'ha emessa Corte di Appello, Gup, Tribunale).

Potrebbero esservi problemi - prosegue il legale Aduc - in quanto una grave fonte di contraddizione (effetto proprio dalla decisione della Corte) investe il concetto di lieve entità di cui al comma 5 dell'art. 73. Allo stato esiste, infatti, assoluta incertezza perché non si sa se si debba applicare la vecchia normativa (dalla Jervolino-Vassalli), che la prevedeva come circostanza attenuante oppure quella recente della Legge 21 febbraio 2014 n. 10 che la tramuta in reato autonomo.

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