Nuovi limiti a pignoramento di stipendi e pensioni, anche se accreditate sul conto

Chi, fino a ieri, aveva i creditori alle calcagna e si vedeva puntualmente accreditato in banca lo stipendio o la pensione, non passava mese che non si preoccupasse di svuotare il conto corrente per evitare che l’eventuale pignoramento, notificatogli di punto in bianco, prosciugasse tutte le sue risorse. Oggi, però, questa necessità non c’è più: la riforma sul processo civile, appena varata dal Governo con decreto legge, impone infatti nuovi limiti al pignoramento presso terzi di stipendi e pensioni. Ma procediamo con ordine. Il decreto legge appena licenziato dal Consiglio dei ministri dà una mano ai creditori e una ai debitori nell’infinita guerra tra le due categorie. Da un lato, infatti, autorizza i creditori ad accedere alle banche dati informatiche del fisco e delle altre pubbliche amministrazioni per effettuare la ricerca telematica dei beni del debitore da pignorare. Non ci sarà, quindi, più bisogno – almeno per il prossimo anno – di quei decreti attuativi a cui la riforma del 2014 aveva subordinato tale nuovo potere. Ricordiamo che la facoltà, per i creditori, di rivolgersi all’ufficiale giudiziario affinché, tramite il proprio computer, ricercasse gli “averi” del debitore all’interno dell’anagrafe tributaria, dell’anagrafe dei conti correnti, del Pra, dei terminali dell’Inps, ecc. era stata già prevista l’anno scorso, ma, non essendo mai intervenuta la normativa di attuazione, alcuni tribunali avevano negato agli avvocati l’utilizzo di utilizzo di tale incisivo strumento. Ora, invece, finisce l’infinita caccia al tesoro dei creditori in affanno nel ricercare il conto corrente del debitore, dovendosi magari valere di società investigative. Tali dati saranno disponibili a tutti, non solo a Equitalia e al fisco: chiunque potrà conoscere, in un secondo, tramite connessione a internet, presso quale banca Tizio ha il conto corrente su cui deposita la pensione o lo stipendio. Sapere dove il debitore ha il conto corrente costituiva, fino a ieri, un grosso vantaggio: questo perché, prima della riforma di qualche giorno fa, il creditore che pignorava gli emolumenti pensionistici o di lavoro dipendente in banca, piuttosto che all’Inps o presso l’azienda, non doveva accontentarsi solo di un quinto, ma poteva prendere il 100% delle somme depositate. La giurisprudenza, infatti, ha sempre ritenuto che tali importi, nonostante la provenienza da reddito di lavoro o pensionistico, una volta confluiti sul conto corrente, diventano pignorabili integralmente.   Proprio per evitare questo scompenso il nuovo decreto legge appena varato prevede una serie di eccezioni per il caso di pignoramento di stipendi e pensioni depositate in banca. Vediamoli. Il minimo vitale della pensione Intanto si stabilisce che la pensione non può essere pignorata per una somma superiore alla misura massima dell’assegno sociale (mensile) aumentato della metà. Il che significa che la pensione uguale o inferiore a questa soglia non può essere toccata. La parte eccedente, invece, è pignorabile, ma secondo i nuovi limiti che più avanti diremo. Si stabilisce, inoltre, che quando le somme percepite dal debitore a titolo di stipendio o di pensione vengono depositate in banca non sono più pignorabili in misura integrale, ma secondo i seguenti limiti: a) se l’accredito in banca avviene prima del pignoramento, le somme possono essere pignorate per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale; b) se, invece, l’accredito in banca avviene nella stessa data del pignoramento o dopo, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dalla precedente legge ossia nella misura autorizzata dal giudice e, comunque, non oltre il quinto. Questi nuovi limiti valgono per tutti i creditori e non solo per lo Stato: dunque, anche per la banca, per i fornitori, per il professionista, ecc.; chiunque voglia accedere al conto corrente per pignorare stipendi o pensioni (o somme comunque inerenti al rapporto di lavoro, come il trattamento di fine rapporto, tfr, o l’indennità per licenziamento illegittimo) dovrà rispettare il nuovo tetto. Queste regole valgono anche per Equitalia, fermo restando che, in tal caso: a) se lo stipendio o la pensione è inferiore a 2500 euro, il massimo pignorabile è di un decimo; b) se è tra 2501 e 5000 euro, il massimo pignorabile è un settimo; c) se è pari o superiore a 5.001 euro il pignoramento può essere effettuato nei limiti appena previsti per tutti i creditori.

La pensione, invece, non si pignora più oltre la soglia: insieme ai nuovi limiti di pignoramento dello stipendio, la nuova riforma della giustizia ha finalmente chiarito il limite di “intangibilità” della pensione, oltre il quale, cioè, il pignoramento non può spingersi; è quello che, in passato, è stato definito come il minimo vitale. Ma se in passato la definizione del minimo vitale era, di fatto, rimessa all’interpretazione dei singoli giudici (sussistendo una lacuna normativa mai colmata dal legislatore), ora la legge pone fine alle incertezze e individua, in termini numerici, la soglia oltre la quale la pensione, al netto del pignoramento, non può mai scendere. Con la nuova disciplina, la pensione non può più essere pignorata per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. Solo la parte eccedente tale ammontare sarà pignorabile nei limiti di legge, ossia nella misura massima di un quinto (1/5). Attualmente, secondo l’Inps, la misura massima dell’assegno sociale è pari a € 448,52, per l’anno 2015 e quindi la quota di pensione pignorabile sarà quella eccedente la somma di € 672,78. Ossia: 448,52 + 50% di 448,52 (pari a 224,26) = 672,78. Per fare un esempio, se un pensionato percepisce 900 euro mensili, il pignoramento del quinto della pensione dovrà essere calcolato solo sulla differenza tra 900 (la pensione) e 672,78 (minimo non pignorabile) e cioè quindi su € 227,22. Il creditore, in ipotesi, potrà ricevere mensilmente solo un quinto di € 227,22 cioè € 45,44. Ricordiamo che la misura dell’assegno sociale può essere oggetto di aggiornamenti. Pertanto, è necessario verificare dal sito dell’Inps l’esatto importo che, per l’anno in corso, come detto, ammonta ad euro 448,52. (Laleggepertutti.it)

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