Giustiziato uomo che ha creato incidente diplomatico Usa-Messico

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Dopo 20 anni dall'arresto, in Texas è stato giustiziato il messicano Edgar Tamayo Arias, il 46enne condannato a morte per omicidio il cui caso ha innescato uno scontro diplomatico che ha spinto la stessa Presidenza degli Stati Uniti a chiedere un rinvio dell'esecuzione. La Corte suprema Usa ha respinto l'appello in extremis dei legali che avevano invocato una sospensione della condanna per la violazione dei diritti consolari. Così all'alba gli è stato iniettato un cocktail letale di farmaci nella camera della morte di Huntsville.

Al momento dell'arresto nel 1994 a Houston per l'uccisione di un poliziotto che lo aveva arrestato per rapina, Tamayo parlava malissimo l'inglese ed era mentalmente ritardato, ma non gli fu comunicato che aveva diritto all'assistenza consolare, come previsto dalla Convenzione di Vienna. Il Messico, che ha abolito la pena di morte, si era opposto all'esecuzione sostenendo che non sarebbe mai stato condannato a morte se avesse avuto l'assistenza appropriata. Il Ministero degli Esteri messicano ha sollecitato "immediate iniziative per evitare altre sentenze in violazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia dell'Aja del 2004 che aveva chiesto agli Usa di non pregiudicare il regime di assistenza consolare". L'allusione è ad altri detenuti in attesa di esecuzione, come il 44enne messicano Ramiro Hernandez che il 9 aprile dovrebbe essere giustiziato in Texas. Amnesty International ha denunciato la "vergognosa violazione del diritto internazionale". Rick Perry, portavoce del Governatore texano, ha difeso la decisione di giustiziare Arias: "Indipendentemente dalla tua origine, se commetti un crimine efferato come questo in Texas, sei soggetto alle leggi del nostro Stato".

Aldilà dell'ingiustizia o meno delle pene capitali, resta da capire perché negli Stati Uniti (e non solo negli Usa) si aspetta così tanto per l'esecuzione fra il momento della sentenza e il patibolo. Se un'amministrazione giudiziaria è così ferma e nella colpevolezza del condannato e nell'applicare la pena capitale, non ha senso mantenere (anche in senso economico) e torturare psicologicamente un detenuto che sa di dover morire. Forse il boia aspetta ancora un po' perché sempre teme di essersi sbagliato nella condanna a morte di un possibile innocente?

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